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DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, REATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELERRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. LXXXI.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCLVI.
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La presente edizione è posta sotlo la salvaguardia delle leggi vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni relative.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO -ECCLESIASTICA
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1 RIONFO, Triumphus. Ceremonia pomposa e solenne, onore pubblico che facevasi presso gli antichi , allorché un duce degli eserciti, che avea ottenuto se- gnalata vittoria, entrava nella capitale dello stato cui apparteneva» Le Acclama- zioni di Laudi (F.) de Soldati e del po- polo che ne'trionfi gridavano dietro il vin- citore io triumphe, die origine alla voce Triumphus j\f\ imitazione dell'/o thriam- bc 'Bacchiche cantavasi nel trionfo diBac- co. Già a Ingressi solenni in P».oma , ol- tre di questi, loro pompe e archi trionfa- li, parlai del trionfo degli antichi roma- ni, di sue ceremonie, e dell'ovazione o pic- colo trionfo, ed eziandio in tutti i nume- rosi articoli che lo riguardano. Ne'più so- lenni trionfisi eressero ai chi trionfali, de- cretali dal senato romano, ed i superstiti di Roma (Pr.) e di altrove li descrissi do- ve esistono, anche dicendo de* posteriori più rinomati, ed a' luoghi loro di quelli temporanei che si erigono a'principi, ed anticamente s'innalzavano nel Possesso del Papa (F.),massime da'duchi di Par- ma e Piacenza (V.) feudatari della s. Se-
de; il che dalle popolazioni si pratica nei loro Piaggio Villeggiature (J7.), e tal- volta nel loro ritorno a Roma. Si eresse da principio in Roma una solaPorto trion- fale, della quale ragionai a Porte di Ro- ma, per la quale tutti i vincitori entrava- no, e per la Strada {V.) trionfale si re- ca vano al Campidoglio ( V.) ad offrire un Sagri fizio ( V .) nel Tempio di Giovc^V.), che si ringraziava con forinola che si legge nelDrissonio, De Formulisjahve pronun- ziandone nell'ascendere il carro trionfale. Siccome il dittatore Furio Camillo dopo la presa di Veio volle trionfare cou ap- parato insolito e troppo superbo, travet** san do Roma su carro tirato da cavalli bianchi, ed i romani dando tale carro al Sole, fu obbligato a esiliarsi da se stesso da Roma. Scrisse Giovanni Reiskio, Disser- tatio de Tviumpho Romano per equos candido s facto , Luneburgi675. In ap- presso gli archi trionfali si moltiplicaro- no in occasione di particolari trionfi, e dì essi ne trattarono fra gli altri: Pietro Le- hvecht,Commentatio deArcubus Trium- phalibus, Lipsiaei75o. Corrado Rupcr-
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lo, De romaiiovum Trìumphis , Jenae ijoi. Gio. Pietro Bellori, Feterus Ar- cus Augustorum triumphy insignii*, Ilo- mae 1 690 : Sj-gismundi Augusti Man* tuoni (idcuntis profectio ac triumphus, Roinae: Archi trionfali di Roma con le spiegazioni ilei Bellori e delFea, Roma. Gio. Ballista Piranesi, Trionfi de* roma- ni: Archi trionfali di Roma, e aV Italia. Oltre gli ardii trionfali, vi sono i monu- mentali e di transito. Gli archi monumen- tali trionfali furono destinali a ricordare i trionfi ottenuti dopo vittorie segnalate. L'idea primitiva degli archi trionfali cre- de il Nibby poterla dedurre dagli orna- menti , che posticci facevansi alle porte delle città, ed agli archi di transito, do- ve l'esercito reduce vittorioso passava, che venivano ornati con immagini e con isto- rie che dopo la pompa trionfale toglie- vansi. Affine pertanto di rendere perpe- tua la memoria de' trionfi vennero co- strutti monumenti solidi sul luogo pel quale l'esercito era passato, sia entrando in Roma stessa, sia lungo la strada con- solare che avea seguito. Non tutti gli ar- chi furono eretti in memoria di trionfi; ve ne furono ancora di quelli innalzati, o da qualche corporazione, o da particola- ri agl'imperatori in benemerenza di bene- fìzi o di favori ricevuti, e di quelli resta- ti non tutti presentano la magnificenza de'trionfali. Finalmente altri ne furono eretti come semplici fornici di transito, onde entrare in qualche luogo particolare o recinto, e questi che debbonsi riguar- dare come d'origine più antica, e che a- vea fornito l'idea de'monumentali e dei trionfali, naluralmeuteerano più sempli- ci de'nominati. A quest'ultima classe uni- sconsi i giani, fornici a due ed a quattro faccie, perciò chiamati hifrontes e qua- drifrontes) e particolarmente costruì van- si ne'fori e presso il Tribunale. Dell'an- tica invenzione degli archi trionfali, e che sene fa menzione pure dalla s. Scrittura, parla il p. Menochio, Stuore> t. 3, cent. 1 13 cap. 3g3; Dell'arco trionfale che si
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drizzh Saul , e degli archi pari me n li trionfali de romani. Nota che questi al principio furono di semplioe lavoro e di vile materia, poi crescendo la potenza e la ricchezza della repubblica, si fecero con ispesa e ornato maggiore, e s'abbellirono con trofei, iscrizioni, colonne e statue; nou che fu costume scolpirvi la pompa del trionfo e le cose in esso portate, le bat- taglie navali e terrestri, con varie mac- chine da guerra e armi. Principalmen- te vi si scolpirono Vittorie espresse eoa figure alate e corone in mano, e le iscri- zioni per dichiarar le cause per le quali furono drizzali, e se per decreto degl'im- peratori o del senato romano. Per impe- dire al trionfatore di troppo inorgoglir- si, era permesso a'soldati che portando ra- mi d'alloro esultanti cantavano iotrium» phctd'ì unire alle lodi versi satirici; di più si faceva salire sul carro trionfale uno schiavo, da Plinio ingegnosamente chia- mato carnifex gloriae, perchè incessan- temente gridava all'orecchie del trionfa- tore: Respice post te; hominem memen- to le. Piomolo e i suoi successori guerreg- giarono quasi sempre co' loro vicini per ottenere uomini, donne, terre, e ritorna- vano in Roma colle spoglie de'popoli de- bellati: consistevano queste per la massi- ma parte in biade e in armenti, oggetti importanti di grandissima gioia. PeròRo- molo 1 .°re di Roma, fu pure il r .°a entra- le trionfante in Roma {F.) carico di spo- glie opime, che cosi chiamò per quelle del da lui ucciso Acrone re de'ceninesi, e le depose nel tempio di Giove Feretrio, sul quale fu poi costruito il Tempio di Gio- veOltimo Massimo Capitolino. Ecco l'o- rigine de' trionfi de'roinani, che furono in appresso la principale cagione del se- gno di grandezza a cui giunse la città e- terna. Siccome quegli solo sotto i cui au- spica si era fatto la guerra, avea diritto di chiedere il trionfo, allorché non v'eb« be altro duce supremo se nou Y Impera- tore, i trionfi doveangli essere riservati; per tal modo il trionfo divenne un pri-
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\ilegio degl'imperatori e de'principi del- la casa imperiale. Benché poi si toglies- se a persona privata la pompa del trion- fo, si continuò tuttavia ad accordai- loto quelle distinzioni che in ogni tempo era- no a quelle annesse, vale a dire il di- ritto di portare la Toga o Tonaca (F.) pietà o palmata, abito trionfale in cer- te ceremonie, una statua che li rappre- sentava con quella veste e con Corona (T.) d'alloro; finalmente alcune altre prerogative meno comuni, da Tacito rin- chiuse nelle parole: et cptidquid prò triumpho datur. Qualche volta avven- ne, che se il senato rifiutava d'accordare il trionfo, richiesto dal vincitore e con- quistatore, per mancanza di qualche ne- cessaria condizione, il duce trionfava sul monte Albano (ora Cave e luogo ove so- no i Pas sionisti). Papirio Massa filili.0 che trionfò in questo modo l'anno di Ro- ma 52 2; e ili.°che dell'ovazione godesse, l'u Publio PostumioTuberto l'anno di Ro- ma 2 5o. Talvolta iPapi concessero l'onore del trionfo con Ingresso solenne in Roma (7 .), come Paolo 11 1 all'imperatore Carlo V vincitore di Tunisi (FAj e s. Pio V a Marc' Antonio Colonna generale dì s. Chiesa vincitore della Turchia a Lepanto (V*)} colle 12 galere pontificie, onore de- cretatogli anche dai senato e popolo ro- mano, e descritto da Francesco Alberto- li io nella Relazione dell' entrata fatta in Roma dall' Ecc.mo Marc Antonio Co- lonna, e daLucianoCenturioni, Columna Rostrata, seu plausus Triumphantis M. A. Columnae, R.omaei633. Il Buonar- roti, Osservazioni sopra alcuni meda- glioni, ne riporta eruditissime sui trionfi degli antichi romani , mediante pompa presa da quella colla quale ritornavano alla patria i vincitori de'giuochi Olimpici. Ragiona particolarmente sui carri o qua- drighe trionfali tirate da 4 o da 6 cavalli (Nerone si servì d'alcune cavalle ermafro- dite in alcuni suoi effeminati e vituperevo- li trionfilo dagli elefanti ne'lrionfi Partici o Persici degl'imperatoriAlessandroSeve-
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ro e Gordiano. Che i trionfanti erano pre- ceduti e circondali da' soldati con rami d'alloro, ma nelle medaglie monumenta- li de'trionfì sono espressi con rami di pal- me , ed anche i trionfatori vestiti della toga pietà portavano un ramo d'alloro e lo scettro coli' aquila, perchè sempre a- veano qualche imperio come consoli o proconsoli, avvertendo che siccome gl'im- peratori aveano a vita l'imperio procon- solare, i trionfi loro nelle medaglie si di- stinguono particolarmentedal ramo d'al- loro da loro portalo, senz'altro bastone, quando però non fossero stati nel mede- simo tempo consolai quali magistrati con solenni pompe venivano portati in pub- blico a rallegrare il popolo con feste e giuochi fatti a loro spese e da loro pre- sieduti, treni o processi consolari che nei monumenti furono presi per tronfi. Che a'trionfatori era portata la corona dà uà servo pubblico, e poi sotto gl'imperatori la fecero reggere da una figura della Vitto- ria; nella pompa trionfale conducendosi pure le torri dette Fercula a più ordi- ni, con le spoglie de'vinti in forma di tro- fei, e degli schiavi sopra e da' medesimi portate, essendovi effigiati e dipinti i prin- cipali avvenimenti della vinta guerra, e rappresentate le città espugnate nella me- desima; i prigionieri principi erano con- dotti avanti e vicino al carro del trionfan- te, e legati colle mani avanti. Che appe- na in Roma giungeva la notizia delle ri- portale vittorie, si celebravano le feste e i giuochi trionfali, ed il senato decretava l'onore del trionfo. In essi si rallegrava il popolo, facendosi condurre le immagini o statue degl'imperatori in abito trion- fale sui carri e cogli ornamenti trionfali; feste e giuochi che si rinnovavano dopo i trionfi, assistendovi gl'imperatori colla toga pietà, i quali ne'lrionfi incedevano nell'ultimo luogo, che però veniva ad es- sere il primo. De' trionfi trattarono an- cora: Onofrio Panvinio, De Trìwrnpho, Ilelmstadii 1 67$. G. Battista Marliani, De Triumphis veterum r ornatiti rum, liomue
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1 549. Tommaso Lidiati, Serie summo* rum magistratuum,etJ riunì phorwn ro- ma nor imi. Filippo Antonini, fi Trionfo romano, Faenza 1 769. G. Cesare Bulen- gero, De spoliis bellici*, trophaeis, ar- elibus triunijilialilnis, et pompa trium- pìii, nel T/ics. ili Grevio. Francesco Mo- di, Ponderine Triuntplialcs, Francofur- li 1 586. J. Dario Schieferdech, Disserla- tio de Triumphiset Ovatiombus roma- fiorimi, Lipsiae 1 6o5. Giovanni Nicolai, flomanorum 'Trinili pini* solemnissimus, Francofnrti 1 690. Le pompe trionfali de- gli antichi furono in parte imitate ne'so- Icnni Treni (V.), per la Coronazione de- gf Imperatori (V .), per la Coronazione delie (F), nel Possesso del Papa (f .) quando era solennissimo, nel possesso del Prefetto di Fonia (J7.), nel possesso del Senatore di Homa(V.), ed in altre pub- bliche funzioni splendidissime.
TRIPOLI. Sede vescovile della pro- vincia ecclesiastica di Lidia, nell'esarcato d'Asia, eretta nel secolo IV sotto la me- tropoli di Sardi. La città, non piti esiste, e ie rovine si vedono ancora sul fiume Meandro a poca distanza da Gerapoli. Si conoscono i seguenti 7 vescovi greci che ne occuparono la cattedra. Agogio fu nel 3i5 al concilio di INicea I; Leonzio dot- tissimo assistè al sinodo di Seleucia del 359, non riconosciuto per canonico, e nel quale si un\ agli ariani e sottoscrisse la lo- ro formola di professione di fede; Com- inodo sottoscrisse al concilio d' Efeso del 43 ij Paolo Irovossi nel 449 a" m'gan_ daggio o conciliabolo d'Efeso, e nel 4^1 fu al concilio generale di Calcedonia; Gio- vanni sottoscrisse la lettera del concilio di Lidia all'imperatore Leone I, relati- vamente all'assassinio di s. Pioterò d'A- lessandria ; Anastasio assistè e sottoscris- se al VII concilio geneiale; Sisinniofu al concilio di Folio. Oriens christianus, t. 1 , p. ò'8o. In questo nel t. 3, p. 1 070, tro- vai che Tripoli di Lidia ebbe altresì dei vescovi latini, e ne riporta due: fr. Mar- tinodeSoto -Major carmelitano, nomina-
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to da Eugenio IV neh 44°; n- Bartolo- meo de Ghisolfì de*minori,eletto da Sisto IV nel 1 479* Tripoli, Tripolitan, è ora un titolo vescovile in partìbus del simi- le arcivescovato di Sardi, che conferisce la s. Sei\e.
TRI POLI. Sede vescovile della i.a pro- vincia della Frigia Pacaziaua, nell' esar- cato d'Asia, sotto la metropoli di Laodi- cea, eretta nel secolo IX,
TRIPOLI, Tripolis, T ar aiolo s.Cxi- tà vescovile e considerevole d'Asia della Fenicia marittima, ora nella Turchia a- siatica, già capitale d'una contea de'cro- ciati e di presente capoluogo del pascià* laticodel suo nome in Siria, che compren- de in parte l'antica Fenicia, l'antica Leo-» dicea, e abbraccia il paese di Kesrauan abitato da'maronili che ne occupano la parte sud-ovest. Giace a 35 leghe da Da masco, ed a 43 da Acrio Tolemaide, in una fondura a pie d'un ramo del fiume Xanto che scaturisce nel Monte Libano, sotto una montagna in cima alla quale sorge un castello munito a circa mezza le- ga dal Mediterraneo. Residenza d' un mutsellim o governatore, e d'un console di Francia, è lunga e stretta e traversata dal Nahar-Aba-Aly, o l'antico Xanto, fiu- micello che quivi si varca sopra due pon- ti di pietra, le cui sponde riescono som- mamente pittoresche, ed il quale forma cascate bellissime, essendo formata la sua cinta da mura di giardini. Poco salubre n'è l'aria, a motivo dell'acque stagnanti che contiene; le case assai ben fabbrica- te e le strade insinuiate per la maggior parte, ma in parecchi punti traversate da acquidotli sospesi, i quali, essendo in pes- simo stato, lasciano piover 1' acqua sui passeggiali. Numerose fontane, tutte più o meno decorate d' arabeschi, trovansi sparse per tutti i quartieri. Vi sono due moschee , un bagno ben fabbricato , ed un kan vastissimo e pulitissimo. Tra la città ed il maredistendesi una fertile pia- nura coperta d'alberi fruttiferi, tra altri da moricelsi e olivi, e presso la spiaggia
T R I trovasi In borgata chiamata Marina, dal nome dell'antico monastero dove s. Ma- rina sotto abito virile visse molti anni pe- nitente, con grandi magazzini, kan, caf- fè ed altri edilìzi. Più. oltre sorgeva in ma- no de'greci il famoso tempio di s. Grego- rio Taumaturgo, profanato verso la me- tà del secolo XVII da' maomettani, co- me tanti altri santuari. Sebbene il Terzi riferisca nella Siria sacra , che Tripoli giace sulle sponde del mare, come in pe- nisola, favorita dalla natura di sito como- do, elevato e fortissimo, provvista anco- ra di spazioso porto, cinta da torri e da mura terrapienate; nondimeno i geografi moderni affermano , che non v' è porto propriamente detto, né la rada offre si- curezza quando forte sia il vento mae- strale; le navi danno fondo fra la terra e certi piccoli isolotti sassosi. Quantunque la situazione sia poco favorevole al com- mercio, tuttavia vi si fanno grandi espor- tazioni di seterie,di fazzoletti nel paese fab- bricati, di sapone e di sponghe raccolte fra questa città e Berito. Conta più. di 20,000 abitanti, e nelle vicinanze si fan- no notare il sepolcro e la moschea d'un santone, ombreggiati da platani, con una vasca entro cui alimentatisi de'pesci sagri. Il territorio forma un affienissimo giar- dino, pieno d'ogni sorla di fruiti; è irri- galo da parecchi fiumi e ruscelli scen- denti dal Monte Libano. Quando il tem- po è in calma scorgesi sulla spiaggia del mare ed entro questo stesso parecchie sca- turigini di dolce ed eccellente acqua, che credonsi procedere da una gran grotta di- stante una lega all'est, e ch'è osservabi- le per una sorgente copiosissima ch'esce dalla terra a grosse bolle, e si perde indi a poco nella grotta stessa. Allorquando i Crocesignati(V, funsero in questa cam- pagna, rinvennero tra le altre cose canne di zucchero, che la più parte degli storici chiamarono canne di miele. Questa pian- ta eravi stata trasportata dall' Indie, co- me in altri luoghi della Siria, donde por- tate in Sicilia e di qui a Granata, indi a
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Madera, furono poi recale al Brasile e nel rimanente d' America. A due leghe verso l'oriente diTripoli vedeasi una tom- ba tagliata nello scoglio, che i sirii cristia- ni credeano essere il sepolcro di Canaan o Chanaan nipote di Noè, il padre de'feni- cii. Il nome di Tripoli corrisponde alla sua origine, perchè fondata da 3 popoli diversi, cioè Tirii, Sidonii e Aradi (non Arabi come vogliono altri). Erano que- sti soliti convenirvi in tempi stabiliti per cagione del traffico, e volendo assicurare le merci vi fabbricarono alcune case ore- cinti, ben distinti l'uno dall'altro per uno stadio, come in seguito si costumò in o- rienfe. Questo nome di Tripoli, che signi- fica tre città, trovasi in diverse altre prò- vincie ove esisteva una città composta di tre parti, oppure in cui eravi un'associa- zione di tre città. In progresso di tempo, colla frequenza de'popoli crebbero a se- gno, che gli uni agli altri si unirono, e con ciò di 3 borghi si formò una città, ove poi si radunavano i pubblici rappresentanti delle circonvicine per trattar di affari po- litici e distato. Ciò avvenne, secondo Dio- doro Siculo, nell'Olimpiade 107. Si vuo- le da alcuno che ancora sussistano le 3 divisioni o intervalli, ma il Terzi nel cele- brarne l'opulenza,onde gareggiò colle pri- marie cittàdiFenicia,dice che non conser- va l'antica figura, per essere stata riedi- ficata parte sulle rovine dell'aulica e par- te fuori del suo ricinto in forma triango- lare. 11 p. Quieu neWOriens christianus, quanto al nome di Tripolit\o dice deri- vato dalle vicine tre città di Arado,Sido- ne e Tiro; e formatasi di 3 parti, tutte con pari distanza da essa lontane, ciascu- na avendo coloni di Arado, Sidone e Ti- ro. Die i natali a Teodosio poeta lirico, ed a Teodoro matematico che scrisse de Sphaeris, e dicesi che da lui Tolomeo, Frodo e Tione apprendessero i precetti più essenziali di quella scienza. Nel me- morando confitto in cui Dario in queste vicinanze fu vinto da Alessandro il Gran- de, fuggirono 8000 greci del suo esercì-
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to , prevalendosi delle navi trovate nel porto, e veleggiarono a Cipro. La città pervenuta in dominio d'Alessandro, dopo la sua morte ubbidì a vicenda a'Seleuci ed a' Tolomei. Sotto i primi vi si adorò Giove Tripolitano, ciò ricavandosi dalle medaglie coll'epigrafe Jovi Delubro. An- tioco il Grande re di Siria la conquistò con tutta la Fenicia verso l'anno 219 a- vanti l'era corrente. Recatosi a guerreg- giare nella regione il Magno Pompeo, la conquistò alla repubblica romana , con l'uccisione del tiranno Dionisio, ch'erosi impadronito della città. Si conoscono più medaglie col nome di Tripoli di Fenicia, coniale ad Antonio e Cleopatra, degl'im- peratori Augusto, Nerone, Traiano, Se- vero, Eliogabalo, e dell'imperatrice Giu- lia Soemia. Sotto il dominio de' romani fu la città libera, adendo il diritto di go- vernarsi colle proprie sue leggi , e sotto l'imperatore Vespasiano prese il sopran- nome di Flavia. Vi fu promulgato l'È- vangeloal nascere della Chiesa, ma il cul- to cristiano scemò notabilmente quando nel 638 fu tolta a' romani da Youkima greco rinegato, uno degenerali del calif- fo Omar maomettano. Tripoli passò poi in potere de'califii d'Egitto, a cui la tol- sero i crociati del lai/ Crocia la (^.), per bberare i santi luoghi di Stria dalle ma- ni degl' infedeli, di che e con altre no- zioni analoghe riparlerò all'articolo Tur- chia. Narrai nel voi. LXXVII, p. 25, che Raimondo IV conte di Tolosa e di s. Gilles, fece parte della crociata alla te- sta di 100,000 uomini, dopo aver ri- cusato la corona della conquistata Geru- salemme^ recò all'assedio di Tripoli, du- rante il quale si andò formando uno sta- to inSiria, e morì a'28 febbraio 1 io5, nel castello di Monte-Pelarin da lui fabbri- cato in faccia a Tripoli, lasciando il det- to stalo al nipote Guglielmo conte diCer- dague, succedendolo negli stati aviti il pri- mogenito Bertrando contedi Tolosa e di s. Gilles. Questi imitando il zelo religio- so del padre, prese la croce, neh 109 si
TR I recò in oriente, ed a' io giugno espugno Tripoli dopo un assedio o blocco di 7 un- ni, aiutato da Baldovino I re di Gerusa- lemme e da' genovesi. Non pare quindi che Tripoli fosse conquistata avanti la Pasqua del 1099, come vuole il p. Le Quien. Tripoli allora divenne capitale di una contea, checomprese parecchie piaz- ze lungo il mare di Fenicia da Maraclea sino al fiume Lieo, donde avea principio il regno latino di Gerusalemme ^eù uno de' 4 principati Ialini eretti in Siria dai principi cristiani crocesignati, sotto la sovranità de* Tripoli tatù Comites. Que- sto principato e questa città per distin- guerli dagli altri Tripoli, fu detto Tri- poli di Soria o Siria. Bertrando fu pro- clamato contedi Tripoli nello stesso gior- no che vi fece il suo ingresso, e nel me- desimo anno morto il cugino Gugliel- mo riunì alla contea le terre che avea ri- cevuto dal padre suo. Neh 1 io coadiu- vò Baldovino 1 a conquistare Berilo, che si arrese a'i5 maggio. I due principi nel seguente giugno marciarono in soccorso di Baldovino del Borgo conte di Edessa, ove un'armata di saraceni lo teneva as- sediato ad istigazione del di lui nemico Tancredi cuginooziodiBoemondo I prin- cipe d' 'Antiochia , della quale e de! prin- cipato latino riparlai a Siria. Al rumo- re della loro marcia gl'infedeli levarono l'assedio. Indi dopo aver con Baldovino 1 assediata Sidone, che si arrese nel di- cembre, Bertrando si recò a stabilir la sua residenza in Tripoli. Neh 1 1 1 Tancredi amministratore dei principato d' Antio- chia, dopo la morie di Boemoudo, essen- dosi disgustato con Bertrando, gli tolse Tortosa o Ortosia ossia Antarada, che in Siria avea conquistato il padre, dan- done il governo a Guglielmo naturale di Roberto duca di Normandia. Bertrando si vendicò di quest'insulto in una manie- ra tutta cristiana. Avanzatosi sino a Ce- sarea di Filippi un esercito di 100,000 turchi, distanti una sola giornata da An- tiochia, la minacciavano d'assedio, per cui
T I T Tancredi implorò il soccorso de' principi cristiani. Prontamente l'ebbe da Baldo- vino I, da Bertrando e da altri signori, cìie con soli 26.000 uomini fugarono gl'infedeli a'29 dicembre. Bertrando non potè esimersi di collegarsi nel 1 1 12 con Alessio 1 imperatore greco contro Tan- credi, per riaver da questi Antiochia in forza del suo giuramento. Durante le ne- goziazioni della lega morì Bertrando a' 2 1 aprile, cui successe I' unico suo figlio Pons, sotto la direzione del vescovo del- la città, e si meritò d'esser chiamalo Vc- mulo della gloria de suoi maggiori, ti- tolo che giustificò colle sue belle azioni. Hgli però succedette soltanto agli stati paterni d'oriente e alla contea di Tripo- li, lasciando godere ad Alfonso Giorda- no suo zio la contea di Tolosa e gli al- tri stati d'occidente; il quale articolo va tenuto presente , per le altre notizie ri- guardanti i conti di Tripoli derivati dai conti Tolosa ni. Pons si distinse in quasi tutte le guerre ch'ebbero al tempo suo i crociati contro gl'infedeli. Nel 1 1 1 3 mar- ciò verso Tiberiade in soccorso del re Bal- dovino I, e nel 1 1 19 sentendo che Bug- gero reggente di Boernondo 11 principe d'Antiochia veniva aggredito da un for- midabile esercito di turchi, corse per li- beramelo, ma non fece in tempo, poi- ché era già perito colla sua armala; indi lo vendicò con Baldovino li re eli Geru- salemme.in una sanguinosa battaglia vin- ta sugl'infedeli. Neh 122 Pons ebbe col re in proposito dell'omaggio d'investitu- ra che ricusava rendergli, una questione vivissima, di cui gli altri baioni del regno ne impedirono le conseguenze. Ne\i ii/\. si segnalò all'assedio di Tiro, il cui conqui- sto principalmente si dovè al suo valore e abilità. Dipoi coll'aiutodel re, nel r 127 sottomise la città di Rafania vicina a'suoi stali e nella provincia d'Apamea. Dopo la morte neh 1 3 1 di Baldovino II prese le parli d'Alice vedova di Boernondo 11 principe d'Antiochia, che il re Folco con- trastava a' tutori delia figlia Costanza il
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governo del principato. G l'impedì il pas- saggio per marciarvi sopra, ma nella guer- ra insorta rimase sconfitto dal re, il qua- le poi lo liberò dall'assedio cui l'aveauo cinto i turchi in Montferrand. Nondime- no Pons continuando la guerra cogl* in- fedeli, neh 137 tradito da'siri del Mon- te Libano restò vinto e prigione, patendo barbara morte. Gli successe nella contea il primogenito Baimondo, il quale da fi- glio animoso volle subito vendicar la mor- te del padre contro gli assassini1 che l'a- veauo occasionata; li prese nel Monte Li- bano e con rigorosi supplizi li fece mori- re in Tripoli, con giubilo del popolo. In- tanto Sanguino sultano d'Aleppo gli rup. pe guerra e assediò iti Rafania. Accorse Baimondo 1 con re Folco, ed assalito San- guino, restarono disfatti e il conte prigio- ne e Folco assediato in un castello; finché soccorsi da Guglielmo patriarca di Ge- rusalemme, che colla vera Croce guidava le truppe, e da Raimondo principe d'An- tiochia e marito di Costanza, ambedue ri- cuperarono la libertà. Neh 149 alla bat- taglia di Belinas vinse il sultano d'Alep- po Noradino , il quale si risarei in altro combattimento,ove morì Raimondo prin- cipe d' Antiochia, a cui successe il figlio Boernondo III sotto la tutela ili Costan- za e del padrigno Rinaldo. Nel 1 1 5 1 Hai - mondo 1 perì presso la porta di Tripoli, ucciso da una masnada de'diutorni, dive- nendo conte di Tripoli il figlio Raimon- do Il sotto la regg-mea della madre O- diema, sorella di Melissende regina di Ge- rusalemme.Neh 1 (3 3 iNoradino all'assedio di Harene fatti prigionieri il conte e Boe- rnondo 111 d'Antiochia, fece toro provare asprissima cattività, e mediante riscatto d 80,000 ducali d'oro li rimise in liber- tà neh 171. Nel precedente anno Tripo- li soggiacque a sì orribile terremoto, che quasi tutti i suoi fabbricati crollarono, ri- manendo la più parte degli abitanti sepol- ti sotto le rovine. Non guari dopo però la città venne rifabbricata meglio di prima. 1 cristiani vi stabilirono manifatture di se-
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ta e camellotti, continuamente occupan- dotene nelle fabbriche ben 4°°°- Nel
1 177 il conte dopo esser stato sconfìtto davanti Hama, si portò ad assediar Ha- renc, e indusse diversi signori a secondar- lo, ma adescato da una <ommn olfertagli dal governatore si ritirò. Neil 173 essen- do Baldovino IV re di Gerusalemme a cagione della lebbra impotente al gover- no,aflidòla reggenza al contedi Tripoli, e neh 1 85 morendo la confermò sino alla maggiorità del nipoteBaldov'moV, il qua- le pure nell'anno dopo scese nel sepolcro, Raimondo II allora contrastò il trono di Gerusalemme a Guido di Lusignano, ma pel bene della pace rinunziò poi alla sua pretensione. Mentre il conte nel 1 187 sta- va all'assedio di Sefori venne assediata in Tiberiade sua moglie Esquiva da Sala- dino, die impadronitosi della città a' 2 luglio la die alle fiamme, risparmiando il castello ov'erasi ritirata la contessa, e re- candosi incontro al marito che veniva ad assalirlo. Nel dì seguente cominciò la fa- mosa battaglia diTiberiade, cui Piai inon- do li con un'allocuzione deqna di Sallu- stio, avea inutilmente consigliato d'evi- tare. Nella rotta de' cristiani fu costretto aila fuga, per cui fu da alcuno incolpato di connivenza co' nemici , e poscia morì nell'anno stessoin Tripoli minacciata d'as- sedio da Saladino, il quale s'impadronì del castello di Tiberiade. Non avendo fi- gli, legò i suoi stati al figlioccio Raimondo III figlio di Boemondo III principe d'An- tiochia. Caduto esso in demenza, talvol- ta violenta, verso il 1 200 allìdò la contea a Boemondo IV il Guercio suo fratello, dorante la minorità di Raimondo Rupi- no di lui figlio, avuto da Alice figlia di Rupino della Montagna principe d'Arme- nia. Boemondo IV abusando della fidu- cia fraterna, nel 1 20 1 riunì nella propria persona la contea di Tripoli in un al prin- cipato d'Aiitiochi-ì:delle vertenze che per- ciò insorsero feci parola nel voi. LI, p. 307 eullrove,essendovi intervenuto Innocen- zo III (F.) per pacificarle, Neh 233 di-
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venne principe d'Antiochia e conte di Tri» poli Boemondo V, succeduto al padre Boemondo IV, che sposò Luciana Conti nipote d'Innocenzo III, la quale dal ma- rito ebbe in dono la metà della contea di Tripoli nel caso che avesse successione, e 3o,ooo bizantini in caso contrario, come notai nel voi. XVII, p. 76. Da essi nac- quero Boemondo VI che nel 1 15 1 succes- se al genitore, e Piacenza maritata ad En- rico I redi Cipro: la madre Luciana fa- cendo da amministratrice nella sua mino- rità non venne lodata. Fu creato cavalie* re d'Antiochia da s. Luigi IX in Joppe, onde inquartò al suo stemma quello di Francia. A suo tempo il vescovo latino di Tripoli, Obizzo Sanvitale, fu nel 1260 da Papa Alessandro IV traslato a Parma, Boemondo VI prese imprudentemente le parti de' veneziani contro i genovesi, e così mantenne le dissensioni che trassero in rovina le cose di Terra Santa. Egli per- de Antiochia neh 268, la quale fu pre- sa d'assalto a'29 maggio o a' 12 giugno, dal sultano Bibaso Bondochar, facendo- vi 100,000 prigionieri, oltre r 7,000 che sul luogo fece trucidare. Morì a Tripo- li nel 1274, lasciando il figlio Boemon- do VII sotto la tutela della madre Sibil- la figlia del re d'Armenia e del vescovo di Tortosa ossia Antarada. Egli stabilì la sua residenza a Tripoli, donde prestò o- maggio d'investitura a Carlo 1 ti'Angiò re di Sicilia e Gerusalemme, nelle mani del bali d'Acri. Il suo carattere petulan- te e indiscreto accese gravi dissensioni coi cavalieri templari. N'ebbe pure col vesco- vo latino di Tripoli, che obbligò ad ab- bandonare Terra Santa. A' 1 3aprileia87 Tharanlhai, generale di Kelaoun Malek- el-Mansor sultano d' Egitto e di Babilo- nia , che il p. Le Quìen chiama Melec- Messor, tolse a Boemondo VII Laodicea e l'adeguò al suolo. Morto poi Boemon- do VII a' 19 ottobre senza prole, insorse contrasto tra Sibilla sua madre e Lucia sua sorella, moglie cliNajare diTouci fran- cese e grande ammiraglio di Sicilia, in-
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Ionio alla successione della contea di 'tri- poli. Il sultano Kelaoun troncò le dispu- le colla presa da lui falla Od* Mammaluc- chi (VA di Tripoli , che fece incendiare a'26 027 aprile 1288 01289, Nana '' ^'" naldi che la combattè di notte sì fiera- mente, che per l'infievolite forze de'cri- stiani l'ebbe per forza, e furonvi uccisi 7000 cristiani. Alquanti scamparono so* pra legni ch'erano nel porto, rifugiando- si a Tolemaide, Alle crudeltà il malva- gio sultano aggiunse I' empietà, facendo legare alla coda de'cavalli le ss. Immagi- ni e trascinarle per tutta la città. Dopo averla i saraceni rubata e spogliata d'o- gni sostanza, essendo piena di molte mer- canzie e altre cose, il barbaro sultano la fece ardere, abbattere e disfare da' fon- damenti, Addolorato Papa Nicolò IV da tanto disastro, ili /di settembre con let- tera ingiunse al vescovo di Tripoli, che predicasse e facesse promulgare la crocia- ta sopra i pessimi saraceni, nella Sehia- vonia e nella Marca di Treviso. Tutte le altre piazze della contea di Tripoli cad- dero nel tempo stesso sotto la potenza del sultano, unitamente a quelle del princi- pato d'Antiochia. Per tali perdite i cro- ciati si trovarono ridotti alle sole città di Tolemaide, d'\ Tiro e di Sidone } che non tardarono a cadere nelle mani degl'infe- deli. Tripoli cogli stati formanti la con- tea , furono poi riuniti all' impero della Turchia, e ne segui i destini e le vicen- de politiche,
La fede cristiana fu predicata a Tri- poli ne'tempi degli Apostoli dal principe di essi s. Pietro, che vi costituì per ve- scovo Marone, un collegio di 1 2 preti e de'diaconi, non che l'ordine delle vedo- ve e tutti i ministri della Chiesa, a'quali impose d'ubbidire a Marone. Tanto egli che i successori vi eliminarono gli avanzi del gentilesimo,non senza difficoltà e per- secuzioni, poiché la chiesa di Tripoli fu innaffiata dal fecondo sangue de'martiri i ss. Leonzio che patì insieme con Ipazio, Tribuno e Teodolo sotto l'impero d' A-
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driano. In quello di Diocleziano riporta- rono la palma del martirio i ss. Luciano, Metrobio, Paolo, Zenobio, Teotino eDru- so, come si legge nella Siria sacra, L'im- peratore Giustiniano I eresse una sonino» sa basilica a s. Leonzio, che si rese cele- bre, La sede vescovile appartenne alla provincia ecclesiastica della Fenicia Ma- rittima nel patriarcato d'Antiochia, suf- fraganea dell'arcivescovo di Tiro, ed eb- be vescovi greci, greci-melchiti, maroniti e latini, I vescovi greci che si conoscono sono Marone, cui successe Ellanico, che nel 3ij intervenne al concilio di Nicea I, e poi a suggestione degli ariani abbrac- ciati i loro errori, fu obbligalo a dimet-* tersi ed esulare, da s, Eustasio patriarca d'Antiochia, surrogandogli Teodosio. Nel sinodo di Seleucia del 35$ Ireneo episco- pio Tripolis Plweniciae^'xccome ariano, sottoscrisse I' eretica professione di fede. Commodo nel 43 1 si recò al concilio d'E- feso, e per la sua adesione a Nestorio fu separato dalla comunione cattolica. Teo- doro nel 45 1 intervenne al concilio diCal- cedouia e ne sottoscrisse i canoni, indi nel 458 firmò la rinomata epistola dal sino* do di sua provincia indirizzata all'impe- ratore Leone I, sul martirio di s. Pioterò d'Alessandria. Il vescovo Stefano amma- latosi d' infermità incurabile, si recò al sepolcro di s. Eutimio archimandrita, e coli' olio di sua lampada per virtù divi- na guarì perfettamente, Gli successeLeon- ziodi lui cugino, ornato di cospicue virtù, e fu largo benefattore del monastero di monaci sotto l'invocazione del gran mar- tire s. Leonzio. Arsenio è l'ultimo vesco- vo di cui si abbia memoria. Oriens dir, t. 2, p. 822. I maroniti antichi vi ebbero degli arcivescovi, suffraganei del patriar- ca maronita d' Antiochia, e se ne cono- scono sei. Isacco insigne per dottrina scia- drensis, alunno del Collegio de' 'Maro- niti di Roma, ordinato nel 1629, autore di diverse opere, e perito nelle lettere la- tine,siriache ed arabiche. Gli successe Mi- chele Hesronita arcivescovo, indi Gio-
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vanni IJesronita degnissimo.nominato da Urbano Vili e morto nel 1 644* Poscia Gabriele, quindi Giuseppe Hesronìtaar- chìrpìscopi Tripoli tri tu' del 1676. Nel
j6g5 sedeva Giuseppe Si monto, al dire del Terzi successore- di Gabriele, per cui sembra il medesimo Hesronita. Basilio monaco fiorì nella 1 ." metà del secolo de- corso. Orie/is dir. t.'3,p. 79.C0nquistat.-1 Tripoli da'crocesignali latini, vi fu eretta la sede vescovile del rito loro, sotto il pa- li iarca d'Antiochia, indi Papa Innocenzo Il la dichiarò sullraganea dell'arcivescovo J.itino di Tiro, quando elesse per vescovo di Tripoli Gerardo, che nel 1 137 cadde prigione de'saraceni. Fiumano nel 1 179 intervenne al concilio di Laterano IH. L. eletto arcivescovo d'Apamea, dal pa- triarca d'Antiochia neh 198 fu traslato a Tripoli di propria autorità ; ma Papa Innocenzo III sospese al patriarca l'offi- cio pontificale e perciò la facoltà di con- fermarlo, per avere operalo inconsulta Sede apostolica ^cotne sospese L. eletto. Dipoi assolse L. ed a'3 1 dicembre di pro- pria autorità lo trasferì a Tripoli, come similmente tolse la sospensione al patriar- ca; indi ingiunse al vescovo di Tripoli e al suo capitolo di conferire ili. "canoni- cato che vacasse a certo Piai mondo. Do- po ili2i3 gli successe Gaufrido arcidia- cono francese e fratello di Fiandra (ti san- ta vita e operatrice di miracoli. Nel 12 i5 Innocenzo HI invitandolo al concilio di Laterano, con sua lettera enciclica, dice : In eodem modo (archiepiscopo et episco- pis)/?er T rinapoli tanam (Tri poli tanam) provinciam (consti tutis). Papa Innocenzo J V del 1 243 mandò l'arcivescovo di Tiro e V. eletto episcopo Tri poli tano, per in- quirire il vescovo di Biblos e il patriarca antiocheno. Il vescovoObizzo sunnomina- to nel f 260 passò a Parma. Al vescovo^»'. Guglielmo domenicano nel i263-^*crisse Urbano IV, perchè gli esponesse le dissen- sioni che agitavano la Terra Santa. Nel 1 274sedeva fr. Paolo minorità, fu al conci- lio di Lione 11, e probabilmente fu quel
TR I vescovo di Tripoli vessato d'Antarada nel I278,eche per insidiargli la vita dovèfug- gire. Nel 1279 Nicolò 111 l'inviò a Rodolfo I re de' romani, ed a Carlo I re di Sici- lia per collegarli insieme ; e poi avendo patito atroci ingiurie da Boeraondo VII conte di Tripoli , questi fu gravemente ammonito dal Papa. Cintio Pigna nobile romano essendo eletto di Tripoli, Onorio IV nel 1286 lo dichiarò arcivescovo di Capua. Era vescovo B. quando il solda- no di Babilonia Melec-Messor 3*27 aprile 1 289 espugnò Tripoli, onde Papa Nicolò IV ingiunse al vescovo di predicare iti oc- cidente la crociata contro i saraceni, con lettere del i.° settembre, e nuovamente con altra de'20 ottobre 1 290. Nel i332 il vescovo Guido Baisi di Re™io fu eletto arcivescovo di Ravenna. Giovanni abba- te benedettino vescovo di Trieste, da A- lessandro V fu traslato a Tripoli. Gli suc- cessero Pietro I,e per sua morte a'28 gen- naio^ '4 II'- Simone minorità; indi tro- vasi Pietro II, che morto a'i4 novem- bre 1 435, ih questo Eugenio IV gli sur- rogò fr. Nicola del Nevo minorità. Dopo il vescovo Antonio, trovo per sua morte nominato nel r45i fr. Benedetto de A- doaria minorità. Orienschr. t. 3,p. 1 1 74- Presentemente Tripoli ha i seguenti ve- scovi di diverso rito. L'arcivescovo mg.' Paolo Musa, Tripolitan Maronitarum, e ne parlai nel voi. XLI1I, p.127, nel pa- triarcato d'Antiochia lìti' Maroniti in Si- ria. Il vescovo mg/ Atanasio Totungi, Tripolitan Me Ichi tarimi, come dissi nel voi. XLIV,p.i 58, nel patriarcato de'gre- c\-3Iclchiti in Siria. Il vescovo Tripo- litan Syroriun, la cui sede è tuttora va- cante, sulfragauea del patriarcato de Siri in Siria, il che riferii nel voi. LXVII, p. 3o. Vi sono le missioni apostoliche de'la- tini, del vicariato apostolico di Aleppo o Bcrrea(V.),e ne riparlai a Monte Liba- no ed a Siria. Vi sono poi ora in Tripoli i la zza risti col prefetto di loro missione, e un tempo eranvi i gesuiti e i carmelitani: i lazzaristi furono sostituiti a'gesuiticou
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decreto della congregazione di propagan- da fide, da cui dipendono i vescovi di Tri- poli de'diversi ricordati ri ti, de' a 2 novem- bre 1782. Dell'ospizio de' minori osser- vanti di Terra Santa, esistente in Tripoli e dipendente dal p. Guardiano i\it\ s. Se- polcro (%*)> feci menzione nel voi. XXX, p. 5g e 60, ove dissi della missione de* cappuccini. FinalmenteTripoli, Tripoli- tiiu, è un titolo \esco\\\ein partibns} del- l' eguale arcivescovato di Tiro, che con- ferisce la s. Seile. Ne fu insignito mg/Giu- seppe Habaisci, che trasferito a' 3 mag- gio 1824 da Leone XII al patriarcato d'Antiochia ùe Maroniti, il Papa nel con- cistoro de'2 3 giugno 1828 nominò vesco- vo di Tripolis civitas Maritima Phoe- niciae, sub Archiepiscopo Tyrenjn par- tibus infidelium , come leggo nella pro- posizione concistoriale, mg/ Ferdinando Siciliani diGiovenazzo diocesi di Molfetta, già arcidiacono ei.a dignità dell'insigne collegiata di Giovenazzo, e con ritenzio- ne dell'arcidiaconato; dichiaralo poi au- siliare del vescovo di Melfi e Rapolla, pa- re da Gregorio XVI, poiché con tale qua- lifica venne perlai.3 volta pubblicato nel- le Notizie di Roma del 1 84o. 11 regnante Pio IX nel concistoro de'3 luglio 1848, per obitum Ferdinandi Siciliani, come ricavo dalla proposizione concistoriale,di- chiaro vescovo in par tibus Tripolis ci- vitas episcopali* Phoeniciac sub archie- piscopo Tyren\ il rev. p. fr. Giusto Re- canati di Camerino, dell'ordine degnino- li cappuccini, maestro in filosofìa e teo- logia, definitore generale e prefetto delle missioni del suo ordine, consultore delle congregazioni del s. ofuzio,de'vescovi e re- golari, e di propaganda fide; indi e per quelle qualità lodate nella medesima pro- posizione, il Papa lo fece amministrato- re apostolico del vescovato ih' Sinigaglia (V.) sua patria, ed a'7 marzo 1 853 lo creò cardinale titolare de'ss.XI I A postoli e pro- tettore di tutto l'ordine religioso delle Da- me de\ Sa grò Cuore. Tvo\o per ultimo nel Giornale di Roma de' 1 5 genuaio 1 855,
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che nel giorno precedente, domenica, il cardinal Patrizi vicario di Roma, nella chiesa della ss. Trinità de'Monli, assistito dall'arcivescovo di Parigi e dal vescovo d' Orleans,avea fattola solenne consagrazio- ne di mg/ Leone Francesco Sibour d'I- stres arcidiocesi d' Aix, vicario generale (del fratello arcivescovo) di Parigi, eletto vescovo di Tripoli in partibus infidelium (con breve apostolico del Papa Pio IX dei 23 dicembre i854, dichiarandolo inoltre ausiliare del fratello).
TRIPOLI, Tripolis. Regno o reggen- za di Barbarla, nell' Africa (^.), trova- si tra 23° 45 e 33° di latitudine nord, e tra 7°4o e 26° di longitudine est, nella parte più orientale della Barbarla mede- sima. Composto del paese di Tripoli pro- prio al sud-ovest, del regno di Fezzan al sud e del regno di Barca all'est, viene al nord limitalo dal Mediterraneo, all' est dall'Egitto, al sud dalSahara, ed all'ovest dal regno di Tunisi ' (V.). Irregolarissima n'è la forma: il Mediterraneo vi produce il gran golfodella Sidra, ed il Fezzan inol- trasi considerabilmente ne'deserli. La lun- ghezza della regione è di circa 4oo leghe dall'est all'ovest, presso a poco sotto il pa- rafilo della repubblica di Gadames,Oasi occidentale della reggenza di Tripoli, e della repubblica e altra Oasi di Syouab, governate da'sceiki nominati dal pascià governatore della reggenza di Tripoli,cui pagano annui tributi, prima esse forman- do parte de'dominii della reggenza di Tu- nisi. Sotto il 1 20 meridiano è la massima sua larghezza dir 3oleghe,tutta la reggen- za diTripoli avendo la superficie di45,ooo leghe quadrate. La regione di Barca oc- cupa tutta la parte orientale della reg- genza di Tripoli, ed è posta fra la gran Sirte e l'Egitto: la gran Sirte insieme al- la piccola Sirle che sta alla spiaggia tu- nisina, si denominano le Secche di Bar- barin. Le coste sono abitate lungo il Me- diterraneo, la parte meridionale è del tut- to abbandonata, e sparsa di bollenti e de- serte sabbie , denominandosi Deserto di
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Barai, susseguito nell'interno più al sud dalDeserlodi Libia.Equcsta l'anticaCire- naica, e comprende all'est la più grati par- ie della Marmarica. Si elisie ancora FJ- bia ( / .) Pentapoli ( 7 .) per le 5 sue prin- cipali città denominale: Berenice, Arsi' /H'c.To/c/naidc oTolomeln, Cirene (P\), tulle state sedi vescovili^ Cirene o Curili divenne metropoli della Libia Pentapo- li con su ir» aganei sotto il patriarcato d'A- lessandria, ed Apollonia o Apollonos, del qua] nome vi furono due sedi vescovili, una detta pure Cossia, sotto la metropo- li d' Antinoe eretta nel V secolo, l'altra sulFraganea di Tolemaide eretta nel IX secolo, ambedue appartenenti al medesi- mo patriarcato ed aliai.3 e 2* Teìnnde. Alcuni dicono che una di dette sedi tosse Sozusa (7 .), sede vescovile suffraganea di Cirene, ma essa fu eretta nel IV seco- lo. Fu Sozusa l'antico e famoso porlo di Cirene, emporio il più insigne del com- mercio di Libia, e le navi d'ogni banda vi affluivano. Ora appena gli è rimasto il no- me di Marza-Susa, difficilmente accessibi- le, come tutta la spiaggia Cirenaica. Tali città ora probabilmente corrispondono a Bengasi, Tochira, Curio già capitale del- la Cirenaica, Barca e Bonandria. I mon- ti Gerdobab, che si estendono al sud, rac- chiudono nelle loro valli le due famige- rate Oasi di Syouah e di Audjelah. Tan- ta era la fama di fertilità della Cirenaica, che i mitologi vi favoleggiarono simbo- licamente gli Orti Esperidi, ne'quali le 3 sorelle Esperidio Allantidi della bella vo- ce, che altri fanno giungere sino a 7, vi custodivano le piante che producevano de'potni d'oro di sorprendente virtù, e perciò guardali dall'orribile drago Espe- rio (diverso dal mostro o Idra di Lerna di 7, ovvero e) e anche 5o teste, che nel ta- gliarle si rinnovavano) dalieioo teste, il quale a un tempo mandava 100 fischi di- versi, poi ucciso da Ercole per impadro- nirsi de'pomi d'oro, che fu la i2.a e ulti- ma ^a fatica e conquista. Oggi nella Ci- renaica si \ cdouo le spaziose e verdeggiali-
TR I ti praterie d'Elicali. Dentro il deserto di Barca trova vasi pure la regione Ani monia celebrata per l' inaccessibile tem- pio di Giove Aminone, a motivo delle sab- bie bollenti che Io circondavano, idolo che rendeva i vantali oracoli, e reso più famo- so dall'accesso d' Alessandro il Grande^ che vi fece la pazza apoteosi di se stes- so, qualificandosi figlio di quel nume, per la mania d'innalzar la propria origine si- no alla divinità. Sebbene il regno di Bar- ca appartenga al pascià governatore del- la reggenza di Tripoli, pure il governo è affidalo a' due bey indipendenti, ma da esso investili del potere, di Bengasi o Be- renice, e di Derna o Darnis o Dardani- de (V>), metropoli della Libia Mannari- ca con suffraganei sotto il patriarcato d'A- lessandria, che gli pagnno annuo tributo, ed in ambedue le città essi risiedono co- me loro capitali. La regione di Fezzan gia- ce nella reggenza di Tripoli fra'due de- serti, il Libico e il Sahara, e corrisponde al paese degli* antichi garamanti, ultimi popoli dell'Africa noli a'romani, e doma- ti da Cornelio Balbo, che ne menò trion- fo. 11 Fezzan, che ha Murzuk per capita- le, abbondante di sorgenti d'acqua dol- ce, anticamente avea per metropoli Ga- rama^ e Plinio ricorda la pietra prezio- sa garamantide, che si traeva dalle vi- scere d'uno de'monti Garamantici. Que- sto paese ha 1' aspetto tristo e infecon- do, tranne qualche vallata, ove la vege- tazione col beneficio dei rigagnoli d'ac- qua acquista qualche vigore; e dissemi- nate si vedono delle specie di Oasi , cir- condate sovente da acacie e palme datte- rifere. Ardentissimo è il clima nella sta- gione estiva, e agl'indigeni stessi rende- si insoffribile, quando il micidiale vento Rhamsyn soffia dalle contrade equatoria- li. Poco si parlerebbe del misero regno di Fezzan, che non devesi confondere colla provincia e regno di Fez o Fes e sua ca- pitale omonima nell'impero di Marocco (/^.), se non vi fosse stabilito l'emporio del traffico fra l'Africa settentrionale e la cen-
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trale. Al Ira versano tulio il Fezzan le ca- rovane, che dall'Egitto, dalla Cirenaica, da Tripoli muovono per l'interne regio- ni, e vi penetrano dal Sondali, dal Bor- ni), dalla famosa Tombuclù città e prin- cipale emporio della Nigrìzia ( V .), e dai paesi tutti che il misterioso Niger innaffia. Il sultano di Fezzan governa indipenden- te e dispoticamente, e non solo ereditario nella sua discendenza èquel trono, ma an- che il cadi Irasmetle il supremo potere giudiziario e religioso a'suoi discendenti. L' armata non è permanente, ma sono pronti al insegnale 20,000 difensori per respingere qualunque esterno assalto. L'o- maggio che dalla mela del secolo XVI presta il sultano al pascià di Tripoli, con- siste in un donativo annuale d'una ma- no di schiavi, di polvere d'oro e di sena medicinale. Quanto alle amichila, come nel regno di Barca, e singolarmente quel- le belle di Cilene, anche in quello di Fez- zan vi sono avanzi di monumenti roma- ni, testimoni di loro dominazione. Nel Fezzan, 1' auliche vestigia della città di Zuela dimostrano la grandezza passata. Tragan fu un tempo la città più delizio- sa del Fezzan, perchè collocata in mezzo a giardini amenissimi, ed alle campagne in miglior guisa coltivate, ed imponenti sono le rovine del suo castello già forti- ficato. La città di Bonjem, posta all'estre- mità del Fezzan, è una delle fortezze ga- ramantiche, che i romani nell'Africa co- struirono in mezzo a 'deserti, e vuoisi eret- ta a'tempi di Settimio Severo. II regno di Tripoli propriamente è limitato al nord dal mare, dal Barca all'est, dal Fezzan e dal Sahara al sud , dal regno di Tunisi all'ovest, e comprende una superficie di 16,000 leghe quadrale. Trovasi questa contrada bagnata nella massima parte dal golfo della Sidra, all'ovest terminalo dal capo Mesurata, il più notabile del paese; le sponde di esso golfo sono generalmen- te fronteggiate da banchi d'arene e sco- gliere. Le montagne che una gran parte cuoprono della regione, ponno conside-
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ratti come una continuazione orientale dell'Atlante; segnalandosi all'ovest i mon- ti Tarhona e Gharian, e sul limite me- ridionale i monti Ouadan ed Haroudjè- el-Acouad; la parte orientale abbraccia vaste pianure deserte. Non trovasi nelTri- poli proprio fiume nessuno rimarcabi- le;meglio torrenti che fiumi ponno dirsi I'LJaadi-Quaam, eh' è l'antico Ciniphusi l'Uadi-Nahil, e PUadi-el-Gaml: alcuni la- ghi s'incontrano lungo il golfo della Si- dra, e nell'interno giace il lago Sciabara. 11 clima di Tripoli è salubre; tuttavia gli abitanti hanno a temere lo scirocco , il quale in autunno di sovente soffia per 3 giorni di seguito, e che non si evita se non rinchiudendosi accuratamente nell'abita- zioni. La peste viene meno frequente che nella maggior parte degli altri paesi del- la Barbarla. Le pioggie cominciano gene- ralmente in ottobre, tempo in cui le ter- re sono ai atee seminate. I mesi di dicem- bre e gennaio riescono secchi; in aprile la vegetazione fa pompa di tulio il suo vigore. 11 territorio aggiacente alla costa, particolarmente all'ovest, è di grande fer- tilità. 1 dintorni della capitale del regno, la città di Tripoli (l7.), soprattutto l'al- ture di Tarhona e di Gharian sommini- strano l'olio d'olive migliore che si cono- sca; l'orzo abbonda. 1 datteri sono una delle principali ricchezze di Tripolina pal- ma che li produce somministra, al tem- po del rinnovellamento annuo del suc- chio, un liquore abbondante, che i nati- vi chiamano laghi, ed ilqualeappena usci- to dall'albero, dà una bevanda deliziosa e rinfrescante; ma un momento dopo ac- quista un grado grande di forza per mez- zo della fermentazione, ed ubbriaca abu- sandone. 11 zafferano, tra'più pregiali del mondo, viene precipuamente coltivalo sulle montagnedi Tarhona e di Gharian; larobbia,che i cristiani del paese chiama- no alirzari, e gli arabi fura, è uno degli articoli più importanti del commercio d'esportazione in Europa. Benissimo cre- sce il gelso, e l'introduzione de'bachi do
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scia potrebbe farsi agevolmente; la cas- sava, in Europa sconosciuta, somministra Boa farina nutritiva, ed è uno degli og- getti principali della sussistenza del popo- lo;! I bisnaé un altro grano assai importan- te. Trovanti nc'cautoni montagnosi mol- ti piedi di carubbì o frutti di loto, albe- ro celebre dell' antichità come alimento della nazione de'lotofagi; folto n'è il fo- gliame, ed \\ frutto somiglia assai a quel- lo del tamarindi. Le mandorle, i fichi, i cedri, gli aranci, i peri, le prugne, le pe- sche, l'uve, i meloni, vengono abbondan- ti e di sapore squisito. Copiose sono le no- ci di galla, e il duplice frutto delle api, la potassa. Le razze arabe de'cavalli indige- ni sono di debole qualità, piccoli e agili, e diconsi barberi; i muli vengono di fuo- ri; numerosi vi si trovano gli asini e mol- to robusti. Esportasi per Malta quantità grande di pecore, capre, polli e pernici. Abbondano i castrati, ma la carne è in- feriore; quella però de'bovi piccoli è mol- to buona. Lunghesso la costa trovansi quantità di sponghe, destinate all'espor- tazione. Il sale marino è la produzione principale del paese, e potrebbesi racco- glierne abbastanza pel consumo di tutta l'Europa. Sono i tappeti uno tra gli og- getti primari tra le fabbriche di Tripoli, e ne esporta annualmente più di 2000; stuoie di vario genere, acquavite di dat- teri, liquore di palma, burro salato, i ba- racani o schiavine, stoffedi lana, lavoraq- si soprattutto nelle tende de' beduini; si (anno bernumi, sorta di manlellicol cap- puccio. Apprestano cuoi di bue, pelli di vitello, di pecora, e di capra di grossa co- da, marrocchini rossi e gialli. La fabbri- cazione della potassa appartiene al solo pascià, come l'esportazione del sale è mo- nopolio sovrano. Si trae un dazio nota- bile su tutti i boschi di datteri, e su tutti i pozzi di acqua, il tripolo, sostanza terrea acconcia a lavar vetri , pietre e metalli, sebbene trovasi in altre parti, anche d'A- frica, specialmente è abbondante ne'din- torni di Tripoli, e perciò ne avrà tratto
T 11 l il nome , dicendosi anche terra tripoli* tana. Si fanno molle esportazioni per Tu- nisi, Algeri, Marocco, il Levante e l'Eu- ropa. Trai' importazioni si noverano an- che gli schiavi e gli eunuchi: nel 1 83c) gli schiavi negri, secondo l'età e il sesso, si vendevano da 5o a 100 colonnati, gli eu- nuchi si pagavano sino a 700 colonnati, il numero desili schiavi calcolandosi a 2.5oo l'anno. Importanlecommercioera pe'tri- politani il passaggio delle carovane, che dall'imperodi Marocco dirigevansi indi- voto pellegrinaggio alle città della Mecca e di Medina nell'Arabia, per venerazio- ne a Maometto; ma la spedizione france- se del i 798 deviò lo zelo de'mussulmani, e non più si riaccese coll'antico fervore, anche per gli ostacoli politici frapposti dai pascià di Tripoli. Si osservò, che tranne la carovana del 1824, composta di 3ooo individui e 20oocammelli, oltre qualche centinaio di donne, le posteriori appena giunsero a 4°o individui. Importavano questi pellegrini gran quantità di merci dall'Africa interna , che ordinariamente cambiavano co'colounati spaglinoli e coi zecchini veneti. Nel ritorno poi che face- vano da'detti luoghi, recavano differenti produzioni asiatiche, le quali però pre- ferivano di portare nella patria. Di siffatti pellegrinaggi riparlo a Turchia. Tripoli è il principale porto del paese propria- mente di Tripoli; i porti poi più impor- tanti del regno sono quelli di Bengasi e di Derna, sulla costa del Barca. Il com- mercio marittimo si fa principalmente so- pra bastimenti italiani e francesi; gl'indi- geni hanno piccoli bastimenti, ma il pa- scià possiede brigantini, parecchie scune, e de' legni a vapore. La popolazione del regno supera due milioni d'abitanti, tra i quali la metà appartengono al paese di Tripoli;popolazione checomponesi di mo- ri, turchi, arabi, beduini e giudei; tran- ne questi ulti mi, che so no in numero mag- giore di 1 2,000, lutti gli abitanti della re- gione diTripoli sono mussulmani,nè man- ca un numero di cattolici e di cristiani.
TRI Al servizio del governo sonovi un gran nu- mero di cristiani rinegati e di negri. S'in- contrano alcuni avanzi di quella schiat- ta chiamata prilli dagli antichi , ed alla quale attribuì vasi il potere di guarire dal morso de'serpenti e fare altre cose mera- vigliose: si vedono percorrere le vie in uno stato di nudità e di sporcizia, e sono ve- nerati quali santi dogli abitanti, ed han- no pe'cristiani violenta antipatia. Altre tri- bù d'arabi menano vita pastorale nelle campagne, e ti abituano alle depredazio- ni. Ne' monti Gharian incontratisi tribù, arabe , che abitano nelle caverne. I soli dintorni del lido sono coltivali e abitabi- li, mentre poco al di là errano ne'deserti gli arabi vagabondi, che rendono diffìci- li le comunicazioni col Fezzan nel lato australe. Quindi non si presenta la con- trada, che sotto l'aspetto di monotona pia- nura, di cui si tengono in gran pregio i pozzi per dissetare le carovane che i'at- traversano. Vi sono moltissime abitazioni sotterranee e incavate nel sasso, che pren- dono lume dall'alto; s'incontrano all'op- posto sopra terra frequentissimi i sepol- cri costruiti regolarmente in pietra, e di- stinti da una bianca cupola sono quelli de'loro marabotli o santoni. La riputa- zione e il titolo di marabottosi acquista colla lettura daW" Alcorano (P.)y coll'a- stinenza dal vino e da'liquori spiritosi, ed invece della poligamia comune agli altri maomettani, avere a compagna una so- la donna. Lo stesso sovrano s'inchina per superstizioso rispetto a questi pretesi san- toni,i quali fomentano tale credulità, pra- ticando goffe ciurmerle e ridicoli atteg- giamenti d'affettata pietà. La reggenza di Tripoli è governata da un pascià dispo- tico, già tributario del gran sultano della Turchia (/x.), il quale pascià in segui- to si limitò a ricevere l'investitura e soc- correre la Porta ottomana ne' bisogni, con truppe e denari. Su di che e altro riguardante Tripoli, meglio a Turchia. Da più d'un secolo la sovranità diven- ne ereditaria nella famiglia mora de'Ca-
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ramanti. Anni addietro l'armata tripo- litana di terra non sorpassava 3o,ooo soldati regolari, oltre i5,ooo arabi pron- ti ad ogni cenno, con un treno di 3o cannoni. La marina militare contava 2 corvette da 20 a 22 cannoni, 3 brigan- tini, 5 golette, 6 bovi, 6 bastimenti mer- cantili armati in caso di guerra,eio scia- luppe, i quali legni erano montati da 1408 ufficiali e marinai, con un corredo di 1 36 cannoni. 11 cabotaggio si pratica da'tripolini lungo la costa e specialmen- te da Tripoli città , a Gerba o Gerbi o Girba o Zerbi isola de'Lotofagi del Me- diterraneo sulla costa del regno di Tuni- si, col mezzo de'navigli chiamati sanda- li, della portata di io a i5 tonnellate. I corsari e pirati tripolini sempre furono te- nuti i più audaci e formidabili della Bar- balia , e quasi tutte le nazioni europee, sinché durò la pirateria, si sottrassero con l'oro dalle loro molestie, e dopo tale a- bolizione continuarono qualche lieve an- nuo donativo la Svezia, la Danimarca e l'Olanda, che probabilmente più non fa- ranno. 1 principali luoghi del regno di Tripoli, oltre i nominati di quelli di Bar- ca e di Fezzan, ed oltre la capitale Tri- poli > sono i seguenti. Saba Ira (/^.) o Sa- bathra, ossia l'ripoli Vecchio, già città vescovile ragguardevole, posta sul Medi- terraneo verso la piccola Sirte o golfo di Cabes. Il nome di Tripoli le derivò, come a diverse altre città così chiamate, per- chè le vicine popolazioni di tre paesi con- vennero a edificarla, come specialmente narrai di Tripoli (V.) di Fenicia, già ca- pitale d'uno de'4 principati formati in Si- ria dacrocesignati. 11 suo porto è cape- vole di navi d'aito bordo, ma oggi e per essere ridotto in rovina, e per l'aere mal- sana giace quasi abbandonato. E distan- te peri o leghe all'ovest da Tripoli NiW' i'o, cioè dalla capitale della reggenza. Ger- bi o Zerbi o Girba o Girbita (/r.), iso- la del Mediterraneo del limite orientale della piccola Sirte, che segna l'estremo confine della reggenza coll'altra di Timi*
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sì, e già vescovato, per cui e per appar- tenere nello spirituale a quel vicariato a- postolico, in tale articolo ne riparlai. Di figura quadrilunga ha le coste all'intor- no addentellate; e serra colla sua massa una piccola baia, e da'due capi che la de- terminano viene per angustissimi stretti divisa. Nelle guerre contro i turchi, soste- nute dall'ordine Ccrosoli/ziilano, e nella spedizione africana di Carlo V, fu teatro di molti combattimeuti navali, e con va- rio fato fu occupata dalle potenze belli- geranti.La reggenza diTunisi la riconqui- stò, comechè in essa geograficamente si- tuata, indi la dinastia de'Caramanli nuo- vamente la riunì a questa di Tripoli. Ma essendo compresa nel vicariato apostoli- co di Tunisi, può essere ritornata nel suo naturale dominio. Tagiura,città posta ove col capo di tal nome termina la pianura suburbana orientale di Tripoli , eh' è la meglio coltivata de' dintorni , e forse la stessa che Tacapa (F.) già sede vesco- vile,anzi viene chiamata anco Capes o Ca- pez. Ridonda di santoni marabutti, e vi s'intrecciano stuoie con foglie di palme, essendola popolazione di mori e ebrei an- che intenta all'agricoltura. Lebda, Leptis Magna, già sede vescovile, città posta nel- la spiaggia del Mediterraneo, presso la fio- rente pianura di Turot, abitata dagli a- rabi beduini. Ha discreto porto, con ca- stello forlificato.Fondata da'fenicii,fu poi colonia romana , e divenne magnifica e celebre. De' sontuosi suoi edilìzi restano tracce d'un anfiteatro, d'un arco trionfa- le, di terme, acquedotti, lapidi e colonne granitiche. Fu patria dell'imperatore Set- timio Severo, e di s. Fulgenzio dotto e pio vescovo di Ruspa e dottoredella Chie- sa. Mes tirata, città posta a mezzo del ca- po omonimo, con fertile territorio, alter- nalo da boschi di palme e olivi. Vi si fab- bricano belli tappeti colorati, ed è il luo- go di riposo per le carovane dirette al Fez- zan, ed a Vadei per passare in Nigrizia, tragitto a cui i soli negri resistono, poi- ché il gran deserto è colpito da' cocenti
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raggi del sole. Murate o Maiala, città si- tuata lungo la costa orientale di Sidre o gran Sirte, ampio seno famoso per vetu- sti naufragi, le cui spiaggie sono del tut- to deserte. Si vanta possedere eccellenti pozzi d'acqua potabile, che fornisce alle carovane assetate. Presso di essa sono le maestose rovine della citlà di lierchicha- mera. L'autore dell'Istoria degli stali di Algeri, Tunisi , Fri poli e MaroccOyhoii- drai754> osserva che il regno di Tripo- li è in generale diviso in due provincie o regioui, la Marittima e la Mediterranea; chele sue vicende sotto il governo de'tur- chi sono una serie di crudeltà e di stragi, come gli altri governi di Barbarla; che le scene furono le stesse, solo diversi gli at- tori che lo dominarono, cioè i dey e i pa- scià dipendenti dalla Porta Ottomana, a cui paga annuo tributa. Dice inoltre, che le principali ricchezze ili Tripoli mussul- mana si riducevauo alle prede de'suoi cor- sari, con navi e galere, al cui tempo cir- ca 8 erano i principali pirati. Quanto poi al governo, al commercio, a'eostumi dei tripolini, sono così somiglianti a quelli di Tunisi t aggi unge, che il volerli particola- rizzare sarebbe una ripetizione soverchia. Gli è per questo, che trovai più oppor- tuno di diffondermi in tale articolo , ed in questo essere breve; articolo che deve- si tenere sempre presente,anche per quan- to mi resta a dire, poiché la più. parie del- le vicende politiche, civili e religiose di Tunisi, si rannodano e quasi sono comu- ni a quelle di Tripoli. Di più rimarca il citato storico, che avvi una differenza fra i due legni, almeno alla sua epoca, che il governo de' tripolini osservava esat- tamente i trattati, uè lasciava mai di pu- nire rigorosamente chiunque de' suoi sudditi ardiva violarli. Se ciò proveniva da vera probità o dal conoscere la pro- pria debolezza, lo scrittore non credè de- ciderlo, non pertanto tale sistema era di notabile conseguenza per la navigazione dell'altre nazioni. I moderni geografi ri- feriscono che la dinastia de' Caramanli
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tuttavia stabilì il governo in Tripoli for- se meglio e più illuminato, e con miglio- re condizione sociale e più. inoltrata ili quella degli altri stati barbareschijappog- giandosi tutto il potere de'pascià di Tri- poli, e la loro arbitraria amministrazio- ne, su Ile truppe negre. Belle e interessan- ti rovine di monumenti, massime roma- ni, attestano che questa contrada un tem- po godette d'una civiltà più perfeziona- ta di quella che oggidì non olire.
La Barbaria o Bai beria è quadripar- tita ne'paesi di Tripoli, Tunisi, Algeri e Marocco (F): i due primi sono reg- genze, l'Algeri ènei dominio di Francia, il Marocco forma un impero separato. La regione di Tripoli si chiamò Tripolita- na per le tre ci Uà di Oea, Sabrata eLeptis Magna, lai.adelle quali poi ne aggiunse il nome e si chiamò pur essa Tripoli. Il nome di Tripolitana pare che sia deri- vato alla provincia dopo Tolomeo; e fa anche detta Tripolitana regia,pm esatta- tamente che Tripoli, nome che peraltro prevalse. Alla contrada visitata ab anti- co dagli egiziani e da'fenicii, derivò il i.° lustro dalla potenza di Cartagine fonda- ta da'fenicii presso Tunisi, per cui ivi ne riparlai, in uno ad Algeri, 886 anni avan- ti l'era nostra, e tosto i cartaginesi signo- reggiarono quasi tutta la Barbaria, ed e- stesero altrove le loro vaste conquiste. Crollato il loro impero dalle vittorie dei romani, Tripoli che avea fatto parte del- l'Africa ede'possedimenti cartaginesi,sog- giacque a'roinani, i quali della Barbaria costituirono un' ampia provincia nelle quattro parli suddivisa di Cirenaica os- sia la regione del regno di Barca, Afri- ca minore, Numidia e Mauritiana. Do- po Costantino I l'estremità orientale ap- partenne alPEgitto,l'occidentale allaSpa- gna, e lo spazio intermedio si chiamò A- frica propria. Nel J±i$ Genserico re dei Mandali (V.) tolse l'Africa a' romani e con essa la Barbaria, e da lui incominciò nella contrada uu'epoca di desolazione e di lutto; i vandali distruggendo le belle
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città e le fabbriche superbe da' romani erette durante il pacifico possesso del pae- se per lo spazio di 4oo anni. Quasi 100 anni dopo Belisario ricuperò all'impera- tore Giustiniano I la Barbaria e Tripoli, e interamente cacciò i vandali dalla con- trada nel 553; e l'imperatore nominò Sergio a governatore della provincia , e contribuì all'intera propagazione del cri- stianesimo, già in parte introdottovi nei tempi apostolici. Rimase in possesso dei greci fino al 663, quando gli arabi Mao- mettanisotto pretesto di religione, deva- starono l'Africa, indi a poco a poco se ne impadronirono gli stessi arabi e Saracco «^pubblicandovi l'Alcorano nel 697 sot- to il califfato d' Osman 3.° successore di Maometto, e se ne resero crudelmente de- spoti.Sotto i primi principi saraceni il pae- se riacquistòquasi l'antico splendore, ma cacciati i saraceni dalle Spagne e perse- guitati anche di là da'mari, non potero- no quindi più sostenersi in Africa, nella Barbaria e in Tripoli. Chiamarono ben- sì molti turchi avventurieri, i quali inve- ce di difenderli, alla loro volta s'impadro- nirono del paese e fondarono nella Bar- baria diversi stati, fra'quali Tripoli, Bar- ca e Fezzan. Questo regno cosi formalo venne a corrispondere alla parte dell'an- tica Africa propria detta Tripolitana , e all'antica Libia, che conteneva sotto i ro- mani la Cirenaica, la Pentapoli eia Mar- marica. Nel 1 129 circa Ruggero I re di Sicilia occupò Tripoli, Tunisi e Malta, ed unì i conquisti alla Sicilia, i quali poi furono perduti. Dopo l'invasione sarace- na, Tripoli avea avuto uu particolare de- stino, diverso dal rimanente di Barbaria, quando Ferdinando V re di Spagna e di Sicilia con l'aiuto de' maltesi conquistò Tripoli, che restò al nipote imperatore Carlo V. Avendo i cavalieri di Rodi(F.) o Gerosolimitani perduto quell'isola, va- gheggiando Carlo V d'essere il ristaurato- re dell'illustre ordine, gli donò in feudo nobile nel 1 53o l'isole di Malta (F.), Ga- zo e Cornino, con Tripoli, mediante l'ob-
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bligo di far guerra continua a'turchi ed a' barbai esebi corsari, e di mandare in an- nuo tributo al vicerèdi Sicilia un uccel- lo falcone o sparviero. I cavalieri quindi presero possesso di Malta e sue altre iso- le, e di Tripoli, sebbene con ripugnala, siccome certi di non poterlo conservare, senza valide fortificazioni e numerosa guarnigione. Infatti Tripoli fu riconqui- stato da'turebi, a mezzo del famoso corsa- ro Dragut; ma pareebe l'imperatore Car- lo Y lo conquistasse di nuovo nel 1 535 in- sieme a Tunisi. Però non andò guari, ebe i tinelli ricuperarono Tripoli nel i55i con Gozo, e più: tardi anebe Tunisi, per opera di Sinan pascià luogotenente di So- limano II imperatore de'turchi. Nell'ar- ticolo Schiavo dissi dell'insurrezione de- gli schiavi cristiani di Tripoli. Dessa av- venne mentre Assan pascià viceré di Tri- poli dimorava in campagna con buon nervo di soldatesca, aitine di riscuotere a viva forza da'mori del paese quel tri- buto,cb 'eglino non volevano di buon ac- cordo pagare. 1 cristiani schiavi, ebe ge- mevano in Tripoli, servendosi di questa occasione, deliberarono di sacebeggiar la città, e quindi fuggirsene. Siccome essi do- veano quotidianamente caricare di sassi lungi 6 miglia per portarli in Tripoli per la fabbrica del palazzo del viceré, ed i custodi erano pochi e deboli, ed era aper- ta la doviziosa armeria con armi per mol- te migliaia, cosi divisarono di profittar- ne. La trama fu scoperta dall'impazien- za d'uno schiavo, gridando inopportuna- mente: libertà) libertà. I custodi subito serrarono le porte del palazzo e l'arme- ria, invocando con alle strida aiuto. Ac- corsi in folla gli abitanti e scagliatisi su- gli schiavi ne uccisero 1 5o e ferirono i oo, e poco mancò che non li tagliassero tutti a pezzi, trattenuti dal pensiero che per- devano l'utile che ne ricavavano; bensì gl'incatenarono e gettarono in prigione. Tornato il pascià, ne fece scorticare uno vivo, due impalare ei 6 trinciare a furia di sciabolate, senza però che le ferite fos-
TRI sero mortali. Tra di essi eranvi alcuni ec- clesiastici e religiosi, che ricorsero alla cle- menza di Papa Sisto V7, il quale con de- naro li fece con altri riscattare. La Por- ta ottomana pienamente a mezzo de'pa- scià governatori dominò Tripoli sino al 1713, in cui Hamet il Grande, bey o pa- scià oriundo di Caramania, si volle eman- cipare e negò di riconoscere l'autorità del sultano Acinet III, il quale gliene avea affidato il governo, ed eresse Tripoli in istato indipendente, cominciando così il dominiodella dinastia de'Caramanli. Do- po aver fatto sanguinosa carnifìcina del- la guarnigione turca, estese la sua domi' nazione al regno di Fezzan. I suoi discen- denti soffrirono sovente rivoluzioni inte- stine e sanguinose, suscitate dall'ambi- zione edalla discordia. All'articolo Schia- vo parlai dell'incessanti piraterie de' tri- polini, tunisini e algerini, e di quanto fe- cero i Papi e diversi sovrani pel riscatto degli schiavi e per frenare tali ladronec- ci ed escursioni. Piaccontai come nel 1 8 1 6 l'Inghilterra, sotto il comando dell'am- miraglio Exmouth , sped'i una squadra navale nel Mediterraneo, per obbligare il pascià di Tripoli e le altre reggenze bar- baresche a stabilire cogli stati italiani re- lazioni pacifiche, come le aveano contrat- te colle grandi potenze per politica o per forza. Pertanto Exmout costrinse Tri po- li e gli altri slati a convenire co're di Sar- degna e delle due Sicilie,a libertà di traf- fico commerciale, e che i re potessero te- nere i loro consoli in Tripoli e negli al- tri luoghi, colle particolari condizioni ivi riportate pel riscatto degli schiavi e per la definitiva abolizione della pirateria e della schiavitù de'cristiani.Nel 1 8 1 7 il bey Ahmet secondogenito del pascià o dey di Tripoli, si recò con un'armata nella Cire- naica per sottomettere i beduini,delti zoa- si, i quali si rendevano ollremodo infesti a' vicini paesi; ed allora regnava tiranni- camente sulle due provincie di Bengasi e Derna del regno di Barca, Mhamet. suo fratello primogenito, che colle crudeltà
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avea provocalo invece di soffocare il ger- me della ribellione. I zoasi furono ster- minali a tradimento nel modo il più or- rendo, mentre in pegno di pace aveano spedito a Bengasi 22 ostaggi, accampan- do di fuori col loro esercito. Si promise adessi da Allinei piena amnistia, e si pre- parò nella solennità del Ramadan il ber- nusso rosso da distribuirsi a'capi. Di que- sti 45 malaccortamente entrarono nella città di Bengasi per ricevere tale onore, ma ad uu dato cenno furono inumana- mente trucidati insieme a' 11 statichi, e quindi piombò Ahmetco'uiamelucchi sul campo; però essendosi impiegato alquan- to di tempo perordinare la cavalleria, po- terono i zoasi fuggire rapidamente fra i monti, lasciando però utì bottino di 4ooo cammelli, di 100,000 moutoni, di 6000 bovi, e di molti schiavi e oggetti prezio- si. Le donne, i fanciulli e gl'inermi furo- no tutti barbaramente passati a fìl di spa- da. Questa strage ordinala dal pascià di Tripoli ben poco si accorda cogli elogi che La posteriormente meritato il suo gover- no. 11 primogenito Mhamel recidivo ne- gli attentati di fellonia e di parricidio, venne posteriormente strangolato nell'e- silio. Non cessando interamente i ladro- necci barbareschi, neh 8 19 una squadra navale anglo-francese si presentò sulle co- ste dell' Africa, e indusse le reggenze di Tripoli e Tunisi a promettere con due trattati d'astenersi dalle predecontro qua- lunque potenza cristiana, di mantenere con esse relazioni amichevoli, e d' aboli- re la tratta de'negri. Nel 18 16 erasi sta- bilito che il re di Sardegna dasse al dey di Tripoli un regalo di 4ooo piastre di Spagna ogni volta che mandasse un nuo- vo console. Accadde nel 1825 che il conso- le sardo allontanossi per temporaneo cou- gedo e poi vi ritornò. Pretese il dey che fosse il caso del regalo, e commise qual- che vessazione ad alcuni sudditi sardi per averlo. Allora il re per indurlo a desiste- re dalle sue eccessive pretensioni, spedì a Tripoli una divisione navale composta di
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2 fregate, d'una corvetta e d'un brick sot- to gli ordini di Sivori capitano di vascel- lo. Giunto questi avanti la città di Tri- poli, a'27 settembre introdusse qualche negoziato per accomodar le cose buona- riamente;ma trovandosi deluso appiglios- si alla forza. Quindi nella seguente uotte incominciò ad inviare Mamelli luogote- nente di vascello con 9 lancie o palischer- mi per distruggere alcuni bastimenti tri- polini ch'erano nel porto. Di fatti fra il fuoco delle batterie barbaresche furono incendiate due golette e un brick; prepa- rossi poscia a bersagliar la città. Allora il dey cedette, interpose il console ingle- se, e colla di lui mediazione a'29 conclu- se un accordo, col qualerinunziò alla pre- tensione che avea suscitato, e promise di osservare il trattato esistente. Le«2;o nel- l'Algeria del cav. Calza console ponti- fìcio della medesima, che la Francia, la quale avea garantito a'bastimeuti della s. Sede libera navigazione, viudice detrat- tati solennemente stipulati nel 1 8 r 9 dal- le potenze di Barbaria, per la preda fat- ta da'tripolini di due bastimenti pontifì- cii, spedi nel febbraio 1826 a Tripoli due fregate l'Amazzone e l'Armida, e la go- letta la Bearnese, comandate da Arnoldo de Saulsay comandante di vascello, per farsi restituire i bastimenti di bandiera pontificia predati, insieme al loro carico, ed ottenere un compenso pe'danni soffer- ti da' proprietari. Fu in quell'occasione che vennero nuovamente sottoscritte tan- to dal bey di Tripoli, che da'go verni di Tunisi, Algeri eMarocco,le promesse for- mali, di lasciare d'allora in poi in perfet- ta pace le navi coperte dalla bandiera pa- pale, dimodoché la navigazione de' ba- stimenti romani divenue liberissima, per la generosa protezione accordata dal re di Francia Carlo X alla marina pontifì- cia. Non ostante però tali atti solenni, una squadra algerina ne'giorni 1 8 e 1 9 agosto 1 826 sorprese nel Mediterraneo due ba- stimenti di bandiera pontifìcia e li con- dusse in Algeri co'loro equipaggi. Il con-
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sole francese Deval colà residente prese sotto la sua protezione immediata quei sventurati, ed ottenne che fossero tratta- ti con lutti i riguardi possibili, sommi- nistrando loro la quotidiana sussistenza. Quindi Carlo X fece tubilo partire la fre- gata la Golatea e la goletta laTorche per chiederne la libertà, e difatti l'ottenne ai 99 ottobre. Deval continuò le più calde trattative per la restituzione o rimborso de'carichi predali, non che pel risarcimen- to delle perdile sofferte, e la sicurezza to- tale della bandiera pontificia nell'avve- nire; trattative che se rimasero sempre in • fruttuose, servirono poi per un de'moti- \i che determinò la Francia al conquisto d'Algeri. Nel 1828 il governo del regno delle due Sicilie era molestato dalla reg- genza di Tripoli, colla quale nel 1 8 1 6 a - \ea stabilito pacifiche relazioni e il rega- lo di 4ooo piastre alla rinnovazione d'o- gni console. Il pascià o dey però, addu- cendoloslranoprincipioche i trattati ob- blighino soltanto durante la vita de'con- traenti, dopo la morte di re Ferdinando 1 chiese nel 182 5 al figlio Francesco I un regalo di 100,000 piastre per la rinno- vazione della convenzione. Gli si dimo- strò l'irrazionabilità d'una tal pretensio- ne e per allora vi rinunziò; ma nel 1828 rinnovò la sua richiesta, e prefisse arro- gantemente un termine di due mesi alla risposta. Allora il re spedì una divisione della sua marina per fienaie la strava- ganza del pascià, composta di 24 legni, de'quali 3 fregale, un brick, una goletta, due pacchetti, 1 2 cannoniere e 4 bombar- diere. N'ebbe il comando Sozj Carafa ca- pitano di vascello, e sciolse le vele da Na- poli a' 14 agosto, ma sebbene il numero de'bastimenti fosse ragguardevole, i gros- si non erano alti alla sottile spiaggia tri- polina , con officiali nella più parte ine- sperti e gli artiglieri quasi tutte reclute. Dopo inutili negoziati, incominciarono le ostilità, mentre il dey ch'erasi preparato alla guerra, avea aumentato le batterie, e schieralo avanti il porto una flottiglia di
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20 legni. L'attacco fu respinto con gra- vi perdite degli aggressori, che consuma- rono tutte le munizioni senza recar alcun danno all' inimico. Laonde il Sozj si ri- tirò a Messina colla squadra, e usciti in mare diversi corsari tripolini, predaro- no vari bastimenti del regno delle due Si- cilie. Il re fece quindi, colla mediazione del console generale di Francia in Tripo- li e del comandante d'un brick francese, sottoscrivere la pace a'28 ottobre, pagan- do 80,000 colonnati, così ristabilendosi le anteriori relazioni. Non cessando il dey d'Algeri interamente dalle piraterie, a- vendo esso insultalo il console di Francia Deval, dandogli sul viso un colpo del suo ventaglio, quindi rifiutato il credito del- l'israelita Bacry,efattofar fuoco sull'am- miraglio La Brettonniere,Carlo X ordinò l'occupazione d'Algeri, e Gregorio XVI vi ristabilì il cristianesimo coli' erezione della sede vescovile. Racconto a Tunisi, che la Francia dopo aver occupato nel i83o gli stati della reggenza d'Algeri, ob- bligò il dey di Tunisi e quello di Tripo- li alla convenzione che riportai, di rinun- ziare cioè al diritto di corseggiamento in tempo di guerra colle potenze, d'abolire la schiavitù de' cristiani, lo stabilimento de'consoli eagenti commerciali in qualun- que luogo delle due reggenze senza im- posizioni, e la libertà di commerciare a- gli stranieri co'lunisiui e tripolitani, e che
, il nome della religione di Cristo ed i suoi seguaci fossero rispettati ec; convenzio- ne conclusa e sottoscritta l'i 1 agosto col dey di Tripoli. Dal loro canto le poten- ze rinunziarono al diritto verso i navigli tripolini ealtri barbareschi. Il re clelledue Sicilie Ferdinando li, volendo profittare de'vantaggi che un tale impegno assicu- rerebbe alla navigazione mercantile, per mezzo del governo francese partecipò al- la reggenza di Tripoli e a quella di Tu- nisi, che da parte sua rinunziava formal- mente al diritto di corso verso le mede- sime, in caso di guerra. Ambedue i dey si obbligarono coi re ad una perfetta re-
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ciprocanza. In questo tempo dominava nella reggenza di Tripoli Sidi-Jussuf Ca- ramanli, principe lodato per giustizia, li- beralità e animo pacifico, circondato da savi ministri. In Tripoli quasi lotte le na- zioni cristiane vi mantengono un rappre- sentante, che vi è costautemente rispet- tato. Sono già quasi Z'j anni che la schia- vitù de"prigionieri cristiani è abolita, ma ancor prima erano que* miseri umana- mente trattati a segno, che molti dopo conseguita la libertà, amarono meglio di continuare i domestici servigi, ed eserci- tarvi le arti e mestieri, di quello che ri- passare in Europa. Gl'intrepidi viaggia- tori dell'Africa centrale trovarono in Tri- poli valida protezione, anche per la be- nefica influenza dei benemerito diploma- tico inglese Warrington. Anche il mono- polio praticato tirannicamente da altri despoti africani, è nella reggenza di Tri- poli più moderato, dacché il pascià si ri- serva la sola vendita delle proprie mer- ci derivate da decime, tributi e confische, e le comprite di munizioni da guerra e t» arma, e delle provvigioni de'forti. Il di- vieto temporaneo di esportazione di ta- luni articoli è in favore deluciditi, e ta- luni altri pochi si danno in appalto agli ebrei. Si trae un dazio non indi (Ferente, ch'è impostosi! tutti i boschi de'datteri, e su tutti i pozzi d'acfjua. Certo Ghuma pretendendo rappresentare la nazionali- tà delle tribù arabe dell'interno, che vo- gliono rovesciare il governo feudale dei bey di Tripoli, insorse con altri, fu quin- di vinto e ma ridato in esilio a Trebison- da; donde sfuggito, neh 855 tornò nella reggenza a proclamar la causa dell'indi- pendenza delle tribù arabe , che trovò pronte a secondarlo, siccome angariate da molteplici vessazioni. Indi nel luglioGhu- ma capitanando i ribelli, affrontò le trup- pe turche del pascià e le costrinse alla bat- taglia che durò per due giorni. La disfat- ta dell'armata turca fu completa ; arti- glieria, bandiere, provvisioni, munizioni, tutto perde. Appena a pochi riuscì fug-
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gire. Ghuma dopo aver sterminati e fat- ti prigionieri quasi tutti i turchi, avendo loro preso 4o pezzi di cannone e trovan- dosi alla testa dii5,ooo rivoltosi, si pro- pose di assediare Tripoli,che non a vea per mezzi di difesa che un migliaio d'uomi- ni; voltò le artiglierie controia cittadel- la e si arrese. La Francia e l'Inghilterra presero misure per guarentire i lorocon- soli e nazionali, avendo il bey invocato il soccorso della i." Nel novembre arrivò in Tripoli Osman Mesciar spedilo dalla Porta a nuovo governatore della reggen- za , e molti del partito rivoluzionario si recarono nella capitale a far la loro som- missione, e tutti furono perdonati; in tal modo più della metà de'sollevati si arre- se, e con tale esempio buona parte fece- ro altrettanto. Gacim pascià, il quale era il governatore della Montagna , e ch'era stato preso e imprigionato da Ghuma, ca- po de'ribelli, fu da questi liberalo e resti- tuito al nuovo pascià Osman. Questo poi si mosse colle truppe ottomane contro il luogo ov'erasi accampato Ghuma, per co- stringerlo alla resa. Ghuma però evitan- do formali combattimenti, ne'primi del 1 856 si ritirò nell'interno del paese, la sua truppa si sbandò, e l'insurrezione restò del tutto domata nella reggenza. Nel 1828 il dotto Giacomo Gràberg de Hemnsò pubblicò la sua erudita: Memoria sul com- mercio di Tripoli d'Africa, e delle sue relazioni con quello d'Italia. Già erasi stampato: Della Cella, Piaggio a Tripo- li di Barbarla alla frontiera occiden- tale dell'Egitto «e/1817, Milano «826 con figure colorate. Levati, Storia del- la Barberia, Milano 1826 eoa figure. TRIPOLI, Tripolis.Oea. Città arci- \escoviie di Barbarla nell'Africa, capitale del regno e reggenza di Tripoli (V.)% e capoluogo di Tripoli proprio sul Medi- terraneo, fra le antiche Cartagine per oc- cidente e Cirene peroriente,moltoprossi- maalle Sirti, notissima per le sue anteriori piraterie tanto infeste a'na vigniti e agii abitanti litoranei, ed ai i5 leghe sud-est
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da Tunisi e 220 eia Algeri: da Marsiglia è distante 270 leghe. S'innalza sull'estre- mità d'un basso promontorio, facendoal- l'estcrno buona comparsa, ed è bagnata dal mare da 3 lati, col 4-° comunicando col continente mediante una pianura d'a- rena. Cinta di mura bastionate fiancheg- giate da 6 fortissime torri, ricevendo di- fesa da una principale batteria avanzata in forma di mezzaluna con 24 cannoni di grosso calibro, che si collega alle mura mediante un molo guernilo da altri 12 cannoni. Un' altra batteria si prolunga verso il lato meridionale, un considere- vole forte guarda il fianco occidentale, ol- tre l'imponente Castello del Pascià, che dal lato sud-est la rende munita. Chia- masi Forte Inglese la batteria marittima che domina la rada, e che per poco è di- sgiunta dalle varie batterie minori. In compendio ultimamente si numeravano nelle fortificazioni i5o pezzi d'artiglieria di vario calibro, de'quali la 3/ parte di bronzo. Altri geografi descrivendo le for- tificazioni di Tripoli lo fanno con varian- ti : dicouo che il Castello del Pascià è al- l'est, ed al nord sopra una lingua di ter- ra che sporge all' ovest del porto sono o- pere fortificatorie , fra le quali il Forte Spagnuolo, e che all'ovest della lingua di terra trovansi numerosi isolotti,sopra uno de'quali sta il Forte Francese. A piedi del- le mura della città, dalla parte del nord, sono le tombe de'ct istiani. 1 1 porto di Tri- poli è formato da un ammasso di scogli, ond'è riparato dall'impeto de' venti nord- est, i soli che arrechino danno in que'pa- raggi. Alla sua poca vastità supplisce ii pregio della massima sicurezza, e vi stan- ziano comodamente i vascelli; però man- ca di fondo pe'grossi vascelli da guerra. Tripoli,men grande d'Algeri e diTuuisi, ha però le vie più larghe che in quelle due città, almeno qoanto alla 1. 'innanzi aldo minio francese: sono diritte e spalleggiate da case assai regolari, ma cosi ineguale riesce \\ suolo stante le macerie successi- vamente statevi accumulate, e sulle quali
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si è fabbricato, che alcune soglie di porle trovansi a livello de' terrazzi delle case vicine. Tripoli residenza ordinaria del pa- scià o dey governatore della reggenza, e delle autorità di questa, lo è pure de'con- soli esteri, i quali soli, oltre i primari mus- sulmani, hanno il diritto di avere nelle lo- roabitazioni finestre dalla parte della stra- da. Veggonsi qua e colà parli di pavimen- to, alcune delle quali molto antiche e che sembrano del tempo de'romani. Uno de' maggiori archi trionfali dell'antichità an- cora sussiste, non però del tutto intero, ed i mori lo chiamano l'Arco Vecchio: fu eretto nel 164 di nostra era, dal pro- console Ser. Cornelio Orfito, e da Ultedio Marcello legato, ad onore dell'imperatore Marc' Aurelio il Filosofo. Si può vedere il Morcelli, Africachristiana, t.i, p. 23. Sebbene altissimo è quesl' arco marmo- reo, nondimeno si crede che la parte dal- l'arene accumulate coperta sia eguale a quella che discoperta si vede. E costruito tli pietre di grandissima dimensione, da nessun cemento congiunte. Della più bel- la scultura va ornata la volta, ma non vi- sibile che in parte, avendola i mori riem- pita di macerie e calcina pei- far botte- ghe.I suoi bassorilievi e iscrizioni eccitano la meraviglia degl'investigatori, comechè in parte il monumento sia notevolmente mutilato, oltre la parte sepolta. Noterò per coincidenza, ed a scanso di equivoci, che , in Roma nella via del Corso e incontro al Palazzo Otlohoni Fiano (?.), sorgeva l'arco di Mare' Aurelio, fatto demolire da Alessandro VII acomodoe regolarità della iìob\\tStrada,\\ quale era decoralo di più sculture di marmo, e le principali furono portate nel Masco Capitolino , e poi al palazzo de' Conservatori, e nel palazzo Tor Ionia a piazza di Venezia, e le 4 co- lonne di verde antico si collocarou^negli altari maggiori di s. Agnese in piazza Sa- vona e della cappella Corsini nella basi- lica Laleranense. Siccome il volgolo chia- mò arcodi Tripoli, voglio dichiarare che alfatto il nome non derivò da Tripoli, ma
TRI dalla decorazione d'alcuni trofei, eda#r- co de Trofei o de'Trofoli, si formò il vo- cabolo di Trìpoli. Fuvvipure un'opinio- ne tra gli archeologi, che l'arco venne in- nalzato per la vittoria riportata su ti e cit- tà e così venne detto di Tripoli. Marc'Au- relio trionfò de'germani e de'sarmati, per cui gli fu eretto l'arco, e non degli africani e barbareschi. Si distinguono in Tripoli le 6 moschee fra gli edilìzi di i ."ordine, con minareti, e 6 altre minori. Magnifica è la grande moschea, il cui coperto tutto composto di cu potette, sta appoggiato so- pra 1 6 colonne doriche di bellissimo mar- mo bigio; la splendidezza degli ornamen- ti, la luce modesta che la rischiara, i pro- fumi deliziosi che vi si respirano, fanno di questa moschea un soggiorno magico. E più d'un secolo che fu fabbricata, e rac- chiude il sepolcro de'membri della fami- glia regnante. Vengono poi i caravanser- ragli, e le case de' principali cittadini, e de' consoli stranieri che sono le più ele- vate, costruite in pietra, ed imbiancate al di fuori regolarmente due volte entro l'anno. Le altre abitazioni d'un medesi- mo modello hanno un solo piano e sono uniformemente quadrate, con un cortile nel mezzo lastricato di pietre di Malta, e circondato da un portico sostenuto da pilastri, e sopra di esso innalzasi la galle- ria. Dal portico e dalla galleria varie por- te danno accesso a grandi camere, che tra esse non comunicano, ne sono illuminate se non dalla corte, ed è questa l'abitazio- ne delle donne. 11 tetto o terrazzo pia- no, serve di passeggio e raccoglie l'acqua piovana, recata poi per mezzo di tubi alle cisterne, ove conservasi purissima per supplire alla deficienza della sorgiva. Le case per la maggior parte sono intonacale d'un cemento bruno a marmo lucidissi- mo somigliante, ed alcune fatte di mar- mo nero e bianco. Ne'terrazzi ascendono i mussulmani dopo il tramonto del sole, a respirare la frescura dell'aere marino e ad invocare Maometto. Le persone di I ,a sfera hanno una sala con banchi di pie-
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tra da ogni lato, e per una scala si entra in un solo e grande appartamento,riservato al padrone di casa,con finestre sulla stra- da.Le più belle botteghe somigliano a me- schine bolteguccie, ma di sovente conten- gono mercanzie di gran valore, come per- le, oro, gemme e droghe ricercate. Vi han- no due bazar ben costruiti e ben provve- duti; uno solo contiene botteghe, essendo l'altro destinato alla vendita degli schia- vi negri. Vi sono 3 carceri, una pe'tur- chi, le due altre pe'mori. Havvi inoltre, fuori dell'unica porta presso la spiaggia, mentre l'altra è verso la campagna, uà mercato che tiensi ogni martedì, e un al- tro che ha luo^o in ciascun venerdì della settimana, due leghe più lungi nel sito di Sabba; ed in tutti i lunedì e giovedì nel villaggio di Taquera, distante 5 leghe. Il caffè-bazar è quel grazioso ritrovo, in cui i turchi si radunano per parteciparsi le no- velle del giorno e prendere il c.ilfè; nessun moro della classe distinta entra in quel luogo; e si fanno portare il calìe da'loro schiavi, alla porta,dove sono sedili di mar- mo, coperti da pergolati di verzura. Le provvisioni di Tripoli in selvaggina ven- gono dalle montagne di Chiaran o Go- nano e di Tarhona, e consistono princi- palmente in lepri, gazelle, cotornici, co- lombi, quaglie. Lecostecircostanti sono pe- scosissime, e la maggior parte de'pescatori sono maltesi. In generale le vettovaglieso- no a prezzi moderati; a caro prezzo per la loro rarità sono i gallinacci, la anitre e le oche, provenienti col pollame da Malta. imbarcanti a Tripoli datteri, lane, zaffe- rano, robbia, soda, sena, pellami e penne di struzzo pe'porti d'Europa e pel Levan- te. La popolazione ascende a circa i6,ooo anime, e componesi di turchi, mori, giudei, e d' alquanti cattolici e cristiani. Sono gli ebrei in numero di circa 3ooo ed hanno 3 sinagoghe; i cattolici hanno chiesa e oralorii.La civiltà trovasi in que- sta città molta avanzata. Ordinariamente "vengono adoperati negli abili i ricchi me- talli e la seta. La corte del pascià gover-
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nalore e tributario della Porta , è som- mamente fastosa. La peste fa talvolta stra- ge della popolazione. Il paese circostante è infestato da orde d'arabi beduini, che aboliscono per derubare. I dintorni so- no aridi, non mancano però di ville col- tivale. Negli scavi si trovarono urne, me- daglie e altre anticaglie degne d'osserva- zione. Tripoli prese il suo nome dall'an- tica contrada o provincia di Tripolis, cosi anch'essa chiamata perciò che conteneva 3 città principali, Sa brani, Leptis gran- de, ed Oea o Oeea, olla quale in seguilo si comunicò il nome della contrada me- desima, ed è l'odierna Tripoli, che dive- nutane capitale ne seguì e le furono co- muni tutte le vicende. Sabrata, come no- tai nell'articolo precedente, fu anch'essa chiamata Tripoli, perchè le vicine popo- lazioni di 3 paesi contribuirono a edificar- la, e per distinguerla dall'attuale Tripoli Oea, fu denominata Tripoli Secchio , di- cendosi l'altra Tripoli Nuovo, distanti tra loro io le«he. L'Autore dell' Istoria degli stali di Tripoli, ec, dice che la sua capitale, ossia la Tri poli in discorso, è di- visa in due parti, cioè vecchia e nuova; la i." consistere in un mucchio di rovine, Ja 2." situata da essa a qualche distanza eassai popolata, benché non molto gran- de. Il [j,im\vimd,Lexicongeographicum, verbo Oea, la dice: Urbs Africae in Tri- poli tana regione. Nunc Tripoli dici tur, estqtte Urbs ampia et ninni ta,regni Tri- politemi caput, cum porta in ora maris Mediterranei. Nel vocabolo Tri polis la qualifica. Urbs Africae, in ora maris Mediterranei. Duplex est, nempe Tri- polis Vetus, Tripoli Vecchio, ubi alias Sabrata, Urbs Africae in ora maris Me- diterranei et in Tripolitana regione , media inter Leptim Magnani ad ortum et Tacapam ad occasum, cum por tu ca- paci. Sed parva est, et in dies deficit , a paucis tantum habi tata propter aeris indente ntiam. Tripolis autent Nova , Tripoli seu Tripoli de Barbarla, Urbs est ampia Africae, ubi alias Oca Urbs. A-
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lias capta fueral ab hispanistet concessa
equilibus Mclitensibiis , ut commodius servare tur; sed inde postea ejectifue-
re a Turcis, quibus pariti t per aliquot annos , nunc autem fere sui juris est , Jlcipublica formatti qiiamdam servans sub clientela Turcaruin. La cillà di Tri- poli fu rovinata dal terremoto nel 4o4i solfrì le vicende a cui soggiacque la con- trada per l'invasione de' vandali e de'sa- raceni; venne presa da Ruggero I re di Sicilia, che s'intitolò re di Tripoli, di Tu- nisi e di Malta; e più. tardi venne conqui- stata dagli spaglinoli, che la cederono al- l'ordine Gerosolimitano; fu bombardata sotto Luigi XIV redi Francia neh 6S5, da una sua squadra navale comandata dal maresciallo d'Estrees;bombarda men- to rinnovato per ordine di Luigi XV nel J728, per cui la citta si trovò costretta inviare una deputazione al re per doman- dargli perdono. A Vendola occupata i fran- cesi, ritornò in potere della Porta Otto- mana a'5 ottobre 1809.
L' evangelo penetrò nella regione, per la predicazione del tesoriere ed eunuco di Caudace regina dell' Etiopia, istruito e battezzato da s. Filippo,il 2.°de'7 diaconi che gli A postoli scelsero dopo l'Ascensione delSignore, perchè si crede che fu il 1. "apo- stolo dell'Etiopia, donde l'evangelo mira- bilmente si propagò nella Barbaria e nella regione Tripolitana; Indi si formò la pro- vincia ecclesiastica Tripolitana, con Oea o Tripoli per metropoli, il cui vescovo ebbe a suffraganti i vescovi di Girba. o Girbita, Napoli di Barbarla, Sabatra, Gì Ut, Leptis Magna o Leseti* città del- la Tripolitana e di Libia Tripolitana sul Mediterraneo, la quale ebbe pure un ve- scovo sotto il patriarcato d'Alessandria, siccome posta sul limite delle due nomi- nale provincie ecclesiastiche, i cui vescovi D'ioga del 265, Vittorino del 393, Sal- viano del 4 1 1 e Calipide del 484 sono ri- portati neW Africa Christiana^. i,p. 202 di Morcelli. Questa parla purea p. 2o3 di Leptis minor % sede vescovile della Bi-
ti; i
zacena sotto la metropoli di Hadramito (V.) o Adrumcto. Già nel precedente ar- ticolo feci parola delle provincie ecclesia- tiche della Libia Marmarica, con Derna o Dardanide (V.) per metropoli; della Libia Pentapoli, con Cirene (F.) o Cu- rio per metropoli; tutte nel patriarcato d'Alessandria. Al medesimo appartenne la provincia della Libia Tripolilana, la quale secondo Commanville, Histoire.de tous les Eveschez, ebbe a vescovati Oea o Hyon,Sebon e Lebeda o Leptis Magna, tulli eretti nel secolo IX. Di più. Com- manville nel novero de' vescovati copti , suffraganei del patriarca d'Alessandria, riporta quelli che pure furono nella Bar- baria, cioè di Tripoli, Barca, Faran, A- frica, Keirvan o Cirene. Fu Tripoli che die il nome alla provincia Tripolilana, ed i suoi vescovi furono egualmente secon- do i riti ei luoghi sotto la primazia di Car- tagine, e sotto il patriarcato d' Alessan- dria; ma ne'concilii di Cartagine il vesco- vo di Tripoli s'intitola di Oeam, ed è per questo che il Morcelli tratta di sua chiesa e de'suoi vescovi sotto il vocabolo Oen- sis, chiamando insigne la provincia Tri- polilana, e la metropoli e sede vescovile Oeam, Oeensis civitas, Oca, Oeea, se- condo le diverse nomenclature usate da' geografi antichi. Registra per vescovi:Na- tale, che nel 265 fu al concilio di Carta- gine, il quale disse la sua sentenza, ed an- cora pe'vescovi Pompeo di Sabrata e Dio- ga di Leptis Magna. Mariniano donati- sta fu nel 4i ' alla conferenza di Carta- gine e si sottoscrisse. Cresconio, che per difendere la fede cattolica fu esiliato dal- l'ariano Genserico re de' vandali, ed è no- minato a'28 novembre nel martirologio « ornano. Inoltre il Morcelli ragiona della provincia d' Africa sotto i diversi impe- ratori come fu divisa sino all'occupazio- ne de'saraceni. Pel fanatismo di questi la religione cattolica restò del tutto abbat- tuta, e priva de'suoi pastori. Isella Me- moria intorno alle missioni di Africa ec. estratta dall' archivio di propagai
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da fide d'ordine di ClementeXl da mgS Forteguerriys\ dice che l'apostolico zelo de' Papi non lasciarono diligenza alcuna di riunire alla Chiesa si vasta regione,che da lei separavano gli errori di Èutiche e di Nestorio, e l'intuì leni uza del maomet- tismo. Che la Barbarla, la migliore e la più popolata regione dell'Africa, a cagio- ne della ricchezza del traffico e del com- mercio, e comprendente l'Africa propria, la Mauritiana ed una parie dellaLibia an- tica, fu oggetto delle paterne sollecitudini de'Papi Dell'inviarvi missionari, e dell'e- roica carila de'frati istituiti per la reden- zione degli Schiavi^ /y.),come l'ordine del- la Mercede e quello de' Trinitari ( F.).Ma nel regno di Barca a detta epoca non e- ravi alcuna stabile missione apostolica. Bensì eravi in quella di Tripoli, e spet- tava a'minori osservanti riformati, e nel 1691 da uno in fuori tutti vi morirono di pe^te, ma speditamente ve ne furono mandali degli altri, onde la missione tor- nò all'essere di prima. Tra gli schiavi, e i forastieri, la maggior parte francesi, che frequentavano il porto di Tripoli, erano da 600. In Derna vi erano soli 3 catto- lici, e 2 in Bengasi; in Gibel e in Susa po- chi o nessuno. Nondimeno però di quan- do in quando si recavano i missionari per quelle parti con molto loro incomodo e pericolo a sovvenirli. Il maggior frutto di queste missioni consisteva nel mante- nere costanti i cattolici nella fede, e nel- l' affaticarsi per richiamarvi i rinegati. [ sacerdoti e i religiosi schiavi, per lo più erano quelli che intorbidavano la missio- ne di Tripoli , non volendo riconoscere per loro superiori la congregazione di pro- paganda fide, ne il prefetto della missio- ne, assolvendo, celebrando cammini sh an- dò i sagra me») ti fuori di parrocchia. Al qua- le inconveniente la congregazione prov- vide con dichiarare a'20 luglio 1682, che nessuno avrebbe soddisfai lo a'precetti del- la Chiesa se non avessero preso i sagra- menti nella chiesa della missione. Nel re- gno di Tripoli teneva la congregazione
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un sacerdote con titolo di vicario aposto- lico. Con lettera cW6 giugno i 704, scritta dal console di Francia, che risiedeva in Tripoli, s'ebbe notizia come il bey aveva permesso che si fabbricasse una bella chie- sa e ospizio pe' minori osservanti rifor- mati, e che in delta chiesa già fabbricata si facevano con piena libertà e decoro tut- te le funzioni sagre, e che dal medesimo bey era slata conceduta facoltà areligiosi medesimi d'edificare un ospedale capace ili 5o letti, per conforto de' poveri schiavi infermi; che però supplicarono Clemente XI a concorrere a questa santa opera con abbondante limosina, siccome subito ot- tennero, avendo loro dato 5oo scudi per la fabbrica, ed altri 5oo da investirsi per mantenere co' frutti la medesima. Nel 17)4 trovo notizie che la bella chiesa, il convento e l'ospedale de'suddetti religio- si sussistevano dentro la città di Tripoli. Dell'attuale prefettura apostolica di Tri- poli darò le notizie che ricavo dallo Sla- to delle missioni del i832, dalla con- gregazione di propaganda presentato a Gregorio XVI; dalla Notizia statistica delle, missioni, stampata neh 843, e da altre posteriori notizie. Neh 832 era pre- fetto della missione il p. Filippo da Col- tibuono minore osservante riformato, il quale aveva seco alcuni altri missionari dello stesso ordine , a cui tuttora spetta la missione di Tripoli. Neh 843 era pre- fetto della missione il p. Lodovico da Mo« dena di detto ordine, con due missionari correligiosi, con facoltà della forinola 4> residente in Tripoli, ov'è una pia con- gregazione della Via Crucis,altra pia con- gregazione della Madonna del Carmine, ed una scuola frequentata da 5o ragazzi era slata aperta nell'ospizio de' religiosi missionari. Vi si parla anche la lingua mal- tese e l'italiana. Eranvi due chiese, l'una in Tripoli, l'altra in Bengasi 370 miglia lungi dalla capitale. Altri luoghi della mis- sione sono Capo Bonandrea}Derna e Gi- bel. In Tripoli la popolazione cattolica e- ra di Goo, senza contarvi i fanciulli; io
TR I Bengasi la popolazione cattolica nell'esta- te richiamatavi dal commercio ascende- va a 3oo, nell'inverno discendeva anche a meno di 100. Per tutta la reggenza si calcolavano circa i3oo cattolici, in Tri- poli vi dimora un prete greco scismatico, ivi mantenuto dal pallia rea eretico d'A- lessandria. In Bengasi vie la confraternita del ss. Sagramento: la sua piccola cristia- nità si distingue per la concordia e per la divozione, onde quasi tutti soddisfano al precetto pasquale. Nel i83g nella visita fatta dal prefetto apostolico nella missio- ne, si trovò un luogo adattalo per fab- bricare una chiesa : si aspettava il fir- mano da Costantinopoli per edificarla, e qualche sussidio per la costruzione, che forse ebbe probabilmente luogo. La ri- voluzione da alcuni anni avea fatto ces- sare il commercio, e la povertà essendo divenuta eccessiva , molti cristiani era- no partiti per cercarsi altrove la sussi- stenza. La civilizzazione nella citlà di Tri- poli era in progresso, come lo è in Tu- nisi e nel rimanente dell'impero di Tur- chia (Z7.), eminentemente nell'Algeria, non però in Marocco. Il culto cattolico è libero, ed il cattolico è rispettato anco da' maomettani. Si associano i morti per la città con cotta e stola; si suonano le cam- pane anche di notte nel Natale del Signo- re.senza che alcuno impedisca i missionari dal farlo o li derida. 11 solo Viatico si por- ta occulto agi' infermi, per evitare ogni possibile caso d'irriverenza. Al missiona- rio però è vietato di muover questione, o discorso di religione co'maomeltani, per condannare i quali alla morte bastereb- be il minimo indizio che pensassero d'ab- bracciare il catolicismo. Quindi i casi di conversione sono moralmente impossi- bili. Però con l'ultimo firmano emanato dal regnante sultano, anche nella reg- genza di Tripoli col tempo i mussulma- ni potranno liberamente convertirsi, co- me giova ed è consolante lo sperare. Que- sta missione ha una rendita di scudi 5o, provenienti dall'affitto dell'antico ospizio t
TRI edavea de'sussidii dalla congregazione di propaganda in proporzione del numero de' missionari.
TRIREGNO PONTIFICALE, Tri- regnum, Tìiiara seu Regnimi triplici Co- rona ornata, Triregnali Mitra seu Re- gnali seu Camauri, Papalis Mitra. Or- namento del capo e mitra turbinata, os- sia di figura conica piramidale rotonda in forma di pileo, proprio del sommo Pon- tefice, tutto chiuso di sopra e circondato da tre corone; nobilissima e splendida in- segna d' onore, di maestà e di giurisdi- zione. Il Magri nella Notìzia de' vocaboli ecclesiastici , in quello di Mitra , orna- mento proprio de' vescovi, dice che il Pa- pa oltre la Mitra ordinaria suole porta- re in alcune solennità una Corona Im- periale (/^alta e ovata, la quale comu- nemente si dice Regno o Camauro, or- nata con 3 Corone j che Innocenzo III nel Sermone di s. Silvestro I, spiegò si- gnificare la Mitra e il Regno: In signum Imperii Pontìfex utitur Regno , in si- gnum Pontìficis utitur Mitra. Il che già notai nel voi. XLV, p. 266, anzi vi ag- giunsi, collo stesso Papa: Sed Mitra serti* per utitur et ubiquej Regno vero nec u- bique, nec semper. Ecclesia in signum temporalium dedit miài Coronavi ; in signum spiritualium contulit mihi Mi- tram: Mitrampro sacerdotio, Coronarli prò regno. Imperocché la sagra Tiara (V.) fu delta Regnimi Mundi, non che Corona e Diadema (Z7.). Quella degli e- brei fu un ornamento del capo de* Sa- cerdoti (/^.), però la tiara del loro Som- mo Sacerdote (P .) era circondata da tri- plice corona, cioè dalla corona d'oro di- stinta in 3 ordini, i quali lasciavano lo spazio per la lamina d'oro (V.), in cui era inciso il ss. Nome di Dio. Ne ripar- lai nel citato voi. a p. 260 e 277. Ivi no- tai che i vescovi greci usano una specie di tiara, che descrissi nel voi. XXX 1 1, p. 1 47, per la mitra data da Papa s. Celestino I nel 43 1 a &. Cirillo patriarca d'Alessan- dria, qual suo legato al concilio generale
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d'Efeso; e quali altri vescovi usano mitre che in parte le somigliano, come i ruteni. Rimarcai ancora che i Vescovi investiti del dominio temporale usarono una co- rona nelle mitre, almeno in quelle sovra- stanti lostemma,esene vedono tuttora or- nati per memoria dell' esercitata sovra- nità, oltre la Spada e il Pastorale. Tra* privilegi che diconsi concessi all'arcivesco- vo di Ravenna (V.) da Valentiniano III, si enumera il Camauro ornato di due co- rone. La Tiara, pontifìcia fu ed è una Mitraò\ lìgura conica turbinata e ornata d'una sola corona; poi vene fu aggiunta altra, e quindi la 3.a, onde prese il nome di Triregno. Il Vettori, // Fiorino d'o- ro illustrato, eruditamente ragiona della tiara pontifìcia, che il Vallemont descris- se, quale mitra di forma rotonda ed ele- vata, con due infide o pendenti frangiati nell'estremità, e seminati di crocette,cin- ta di 3 corone ducali, nella cui sommità è posto un mondo o globo d'oro, e sopra di esso nel centro è una croce. Di più il Val- lemont soggiunge, che l'antica tiara pon- tificia era un berretto rotondo ed elevato, circondato da una corona; che Bonifacio VII! fu ili. "Papa che vi aggiunse la a." corona , allorquando dichiarò la sovia- nità e preminenza del sommo Pontefi- ce in lutto il mondo, e finalmente Rene- detto XII v'aggiunse la 3.a, dopoaver de- ciso che l'autorità del Papa si estendeva sopra le 3 Chiese, cioè Militante , Pur- gante e Trionfante ; e volle ancora cosi decidere la celebre questione della visio- nebealifìca, perla quale faticò tanto Gio- vanni XXII suo antecessore. Siccome la tiara più comunemente si disse Regno, così dopo 1' aggiunta della 3." corona si nominò Triregno. La tiara altre volte fu ornamento di testa in uso presso i persia- ni, gli armeni, i frigi, i parti ec; il quale serviva a' principi ed a'sagrificaìori. Si vuole che tuttora i persiani ornino la te- sta con una foggia di tiara, e i grandi del regno, non che il re stesso, portano sul ca- po una berretta non dissimile nella for-
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ma d.illa tiara papale, priva perì1) dello corone edella croce. Alcune provincie ile' sciti usano egualmente la tiara. Le don- ne di Uidach nella Guinea in Afi ica,han- no pure le berrette simili nlla tiara, ri- spetto alla forma, non all'ornamento e. sterno. Era anticamente assai in uso fra gliorientali,anche pressoi particolari, pe- rò rotonda o ricurva o ritorta in cima sul davanti, e simile al frigio berretto chia- malo pileo, poiché soltanto a'sovrani era permesso portare la tiara diritta. Ne'prin- cipii della repubblica i romani andavano d'ordinario a capo ignudo, o non lo co- privano se non col lembo della loro ve- stejnon facevano uso del pileo che ne'giuo- chi, nelle saturnali, ne'viaggi e alla guer- ra. Gli schiavi che venivano posti in liber- tà, facevansi radere il capo, e ricevevano il pileo ch'era il seguo di loro Uberazio- ne, ()u'um\\ capere pileu/n significava es«er posto in libertà; giacche questa Berretta era il simbolo della libertà. // Prefetto di Roma^F.) sotto i Papi usò un berret- tone in forma di tiara chiusa e ornata di corona. Nell'articolo Mitra dichiaracene fu pure denominala P/irygium, Thiara, Corona sacerdotalisj ragionai di sua o- rigine, differenti forme e uso, de'suoi sim- bolici significati, e delle 3 diverse specie, cioè preziosa, aurifrigiata e semplice. Del- le mitre del Papa, ed anco di sua mitra turbinata di forma conica, appellata an- ticamente regno, corona, tiara; che a-, venie una corona, poi vi fu aggiunta la a.*, quindi la 3.a, per cui prese il nome di triregno. Riportai il già riferito signifi- cato della tiara, dichiarato dal dottissimo Jnnocen2o IH, le diverse mitre usate da' Papi,ridottecomunemenle a 3, cioè seni- plice,aurifrigiata e preziosajcome formate, e de'tempi e funzioni in cui si usano: de- scrissi le più ricche e magnifiche, enume- rando le gemme di quelle che non più e- sistono. A Coronazione de'Sommi Ponte- fici, riparlai di questa solennissima cere- ruonia, con altre erudizioni, notando che Giulio li fu il i.° a separare la funzione
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della coronazione da quella del Posses- so del Papa ( / .); e nuovamente ripor- tai la forinola che recita i! cardinal Prio- re (V.) de'diaconi, Dell'imporre il sagro triregno sul capo del nuovo Papa, a cui inoltre spetta nell'altre pontificie funzio- ni di metterglielo sul capo, incombendo il levarlo al cardinale 2.° diacono: ese- guendosi la funzione nella gran loggia Vaticana delle solenni benedizioni fatta da Paolo V, mentre il Papa è sulla seilia pon- tificale sopra del trono ivi preparato e sol- lobaldacchino,alla vistadi tutto il popolo affollato nella vastissima piazza dis. Pietro. Nella zecca pontificia, tra'conii delle meda- glie d'Urbano V 1 1 1, vi è quello colla effigie del Papa col capo nudo e genuflesso in pi- via!e,con s.Miehele che scende dal cielo fra raggi egli pone il triregno. Altre medaglie espressero il formale atto della coronazio- ne, mediante l'imposizione del triregno. Le forme degli antichi e degli odierni tri- regni si ponno vedere, oltreché nelle ope- re che ricorderò in fine, ne' seguenti au- tori. Bonanni, La Gerarchia ecclesiasti- ca consideratanelle vesti sa gre e >civili,p. 265,in cui trattando Della mi traponti fi- ciat riprodusse i disegni delle mitre sem- plice,aufi igiata e preziosa, e quello del tri- regno pontificale a tempo di Clemente XI, con 3 corone, sovrastato dal globo e dalla croce. Osservai nel voi. LXII, p. 107, che il Papa portando nella cima del triregno e nella superficie de' *5tfW#/z' e del lei5W7r- pc(f7.) la Croce, fa vedere al popolo cri- stiano, ch'egli è tutto interamente da ca- po a piedi professore della dottrina e del- la vita di Cristo. Tanto il triregno, quan- to le dette mitre hanno le loro code ter- minanti ciascuna con la croce e una fran- gia. Tali code si dicono infidae, vittae, né senza mistero, disse Innocenzo III, De misi. Missac lib. 2, cap. 44 > poiché men- tre pendono nelle due estremila del tri- regno dietro le spalle, dinotano li due sen- si e significati co'quali si espongono le di- vine Scritture, e sono letterale e mistico. Di tali Fascie (V.), liste o pendenti fran-
T R I grati, dette pure lemnisci, e proprie anche d'ogni mllva Mi tra e (\e\Diadema(Pr.),i\- parlai nel voi. XLV,p. 2 65, dicendo degli altri vocaboli e simbolici significati. Il ve- scovo SiivneUì tLetterc cccl. t. 3, lelt.17: La Mitra de vescovi, dice significare la gloria della Resurrezione di Cristo, e per- ciò secondo il rito romano non si usa d'al- tro colore che o di seta e oro tempestala digemmee perle, cioè la preziosa; di sem- plice tela d'oro, l'aui ifrigiata; e di dama- sco bianco o candido bisso, la semplice, la quale si usa anco nelle funzioni lugu- bri. Quanto alle due ville o fimbrie o fa- sce, che pendono sulle spalle, dice signi- ficare che il vescovo adempia coll'opere ciocché insegna colle parole. Opina che il triregno o regno pontificale non è. orna- mento sagro.Delle vilte,quale antico orna- rnentoprofano,parlanoil Buonarroti nelle Osservazioni sui medaglioni, e il Mon gitore nella Dissertazione presso il Ca- logeri t. io, p. 352. Nella Chi-ortologia Romanorum Pontificum- , dipinta sulle pareti della basilica di s. Paolo, illustrata dal Marangoni , stampata in Roma nel 1 7S 1 e dedicala a Benedetto XIV, si trat- ta nel cap. r 1 : De Mitra Pontificali, seu Episcopali, qua ImaginesSummor. Pon- tificum poste, rioris aevi exornalae con spiriuntur in Chronologia basilìcae s. Pauli via Ostiensi. Exploralur ejusdeni origo, et usus in Romanis Ponti ficibus : nec non quaesliones de ejusdem ornalus anliquitate : ac de illius extensione ad caeleros Episcopos, S. R. E. Cardina- lesJ et alios, ex speciali ejusdem Roma- ni Pontificis privilegio: Etaliaplura hoc super argumenlo notatu digna explican- tur. Nel cap. 12 : De Romani Pontificis ornamento capiti*, quod Tiara, seti Re- gnimi, nuncupalur: Cuinam ex veslibus summiPontificis veterisTestamentì ,a qua originem traxil, respondeat : linde pri- mus ejus usus processeril, et probabili- ter statuilur asaeculo Christi Fili, re- jecto testimonio con fieli edicli, seu Dona- tionis M agni Constatimi imperato! is.
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Qua occasione illuni usurpaverit Roma- nus Pont'fex. Tiara e Coronatae aliquod monumentimi profertur sub inilia saeculi TX, imnw,et sub finem saeculi FUI sub Leone PP. UT. De varia forma ejusdem Tiarae, et praecipue Turbinala, sub fi- ne saeculi IX, ac sequentibus, usque ad saeculum XI V sub Bonifacio FllI.Sla- iuitur ipsum Bonifacium Tiarae Ponti- ficiae alterarli coronarti minime addidis- se, et a quo successore probaliler adje- clafuerit, sicuti etiam lertia. Usimi Tia- rae nulli palriarchae, vel episcopo , aut. etiam legato a lalere unquani a Roma- no Ponti fi.ee frisse concessimi. De fabu- losa Tiara s. Silvestri PP. De Tiarae usu usurpature postea interdicio archie- piscopo Beneventano. Tiara Romani Pontificis preziosissimi gemuris, et uni o nibus maximi valoris a Paulo II exor- nata. De ipia, seu preziosa Mitra, oppi- gnorata ab Eugenio I E prò expensisgrae- corurn ad concilium Florentiuum, prou- nione utriusque Ecclesiae,arlunatorum, nec non curii aliis jocaliis a Calisto III prò expensis belli sacri contea turca s. De usu Tiaram Ponti fidarti apponeteli sterri- malibus Romanorum Pontif curii. Nella stessa Chronologia si riportano l'imma- gine di s. Urbano I fatta eseguire da s. Pa • srjnale I nella chiesa di s. Cecilia, colla tia- ra ornata di corona ; e le figure di 8 tia- re, lulte di forma conica colle code, due sovrastate dalla croce, tutte ornate d'un diadema o corona, ed una di 3 corone: queste tiare sono tratte da' monumenti, pitture e statue esistenti nelle basiliche Lateranense e Vaticana, in Firenze, in A nagni, in Orvieto, in Bologna, tutte ap pai tenenti a Bonifacio Vili; ma quella col triregno esistente in Bologna fu fatta dopo Urbano V, al quale comunemente si attribuisce l'aggiunta della 3.a corona, altri anticipandola, come dirò poi. Ri- portasi pure l'immagine di s. Silvestro I esistente nella basilica Lateranense, con tiara ornata di due corone. Parlandosi poi dell' epoca quando s' introdusse ne-
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gli Stemmi (F.) pontificii e ne' Sigilli
(/'.) pontificii, l'uso tli ornarli colla tia- ra o il triregno e colle C/u'<i\'i (1 .) incro- ciate, sembra doversi attribuire al pon- tificato tli Bonifacio Vili, venendo con- cesso alle basiliche Lateranense e Vatica- na per istemma il triregno e le chiavi in- crociate alla i.a, il triregno e le chiavi pen- denti alla 2. "j costumandosi esprimere il triregno anche raggiante. Anzi si vuole che innanzi Bonifacio Vili comunemente le armi gentilizie non fossero sovrastate da mitre, né da cappelli cardinalizi o prela- tizi. Et haec sufjicìanl ad ostendeiidum} (letale Bonifacii PP. FUI in usti adirne jìonfuisse (salteri corani u ni lev ) sitpra stemmata genti Ut ia appone re aliud orna- mentimi, non Tiarae, neqne Piiei, neque Mitraej nude indiani in hoc adhibendam esse fida ri nec Ciacconio, nec Frizonio, neque cinque ex scriptoribus deRomanis Pontificibus, vel Cardinalibus, qui stem- mata eorum bisce ornamentis insignita, exhibenl. Quando i Papi introdussero nel- le loro Monete Pontificie i loro stemmi esovrastati dal triregno,e da questo e dal- le chiavi, si può vedere ^'trattatisti del- la numismatica pontificia, nel citato Vet- tori, e nella recente e lodata opera <leld.r Angelo Cinagli, Le monete de' Papi de- scritte in tavole sinottiche. Pare che già a'tempi di Martino V si usasse porre nelle monete il triregno colle chiavi, che diven- ne il sigillo e lo stemma di molte auto- rità pontificie, e di lutto ciò che ha appar- tenenza co' Papi, che troppo lungo sareb- be a voler classificare.Dice il Vettori, che i Papi nelle monete si servirono nel rove- scio per prima e sola insegna delle chiavi pontificie,quindi passarono a inserirvi al- cuna parte dell'insegne gentilizie senza lo scudo, colle chiavi però sopra dei mede- simo campo della moneta, le quali in cro- ce traversa vi adattavano. Posero dipoi le insegue interamente dentro la targa , sovrapponendovi le due chiavi in croce, e sopra tutte queste cose collocarono il trire- gno. Il Vettori iutende parlare delle mo-
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nete pontificie cominciate ad usarsi dopo le antichissime, nelle (piali usarono por- rei nomi loro in cifra e monogrammi, so- pra di che è da vedersi il Vignoli , An- tiquiores Pont. Borri, denarii. Osserva il Cancellieri, Storia de* possessi p. 67, che il duca di Modena per essere il più antico vicario temporale della Chiesa ro- mana porta nello stemma, oltre le chiavi, anche il triregno, distintivo che non ha verun'allra famiglia. Notai nel vol.LXVI, p. 7g,cbe negli stemmi pontifìcii della cas- sa mortuaria de' Papi defunti, in quelli del catafalco pe'suoi funerali, ed in quelli delle carte mortuarie che si affiggono nelle pareti esterne delle patriarcali basiliche e della chiesa de'ss. Vincenzo e Anasta- sio, tutte sovrastate dal triregno, non ci deve andare l'ornamento delle chiavi, per- chècolla morte del Papa cessa la sua giu- risdizione e podestà significata dalle chia- vi.Tutlavolla non sempre si osserva, forse per ignorarsi da chi dovrebbe impedirlo. 11 cardinal Garampi, nell' Illustrazione del sigillo della Garfagnana, oltre le belle erudizioni che riferisce sulla mitra, sulla tiara e sul triregno, ci die 4 tavole incise, colle immagini de' Papi coronate di tiare e di triregni. La 1 .a esprime il bu- sto di Bonifacio Vili già collocato nella cappella di s. Bonifacio da lui ristorata e ornata nella basilica Vaticana, e ora nella cappella della B. Vergine delle Grotte Va- ticane. Egli è colla tiara in capo ornata di due corone, in atto di benedire colla destra e reggendo le pontificiechiavi colla sinistra. Tali chiavi anticamente i Papi non l'usavano che il giorno di loro solen- ne coronazione e del possesso che pren- devano nel Laterano, dove il priore di s. Lorenzo ad Sancta Sanctorum, gli con- segnava le chiavi della basilica esngro pa- lazzo Lateranense: quia specialiler Pe- tro principi Apostolorum data est po- testas claudendi et aperiendi, et ligan- di atquc solvendi) et per ipsum Aposto- limi omnibus Roma ni s Ponlificibus. I pittori e scultori iu lai forma vollero rap»
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presentare Benedetto XII, esistente nelle Grotte Valicane, e altri Papi, per effigiarli con tutti i più solenni e onorifici distin- tivi di loro autorità e dignità. La 2.a ta- vola rappresenta il sepolcro di Bonifacio Vili esistente nelle suddette Grotte, la cui statua giacente ha la tiara fregiata dal- la doppia corona da lui aggiunta, per cui il Garampi censura il dotto Marangoni, che nella discorsa Clironologia pretese di provare, che non mai Bonifacio Vili u- sasse la doppia corona , anzi lo rappre- sentò con una, affermando cosi essere ne* monumenti Vaticani, il che non è vero. Bensì in varie statue del medesimo Bo- nifacio Vili apparisce con una sola coro- na, perchè non aggiunse la 2.a che sul fi- ne del pontificato. Il Garampi chiama strano il vedere la figura giacente di Bo- nifacio Vili nel coperchio del suo sepol- cro colla corona in capo, quando non si è mai costumato di seppellire con essa i Papi, ma colla sola mitra, come lo fu Bo- nifacio Vili. Ne' Sepolcri de Romani Pontefici (V.) divenne comune l'uso di rappresentarli quasi tutti coronati del tri- regno, sebbene si seppelliscano colla mi- tra di lama d'argento. Il Garampi sog- giunge: » Ma chi mai potrà render ragio- ne di tutti i capricci de' pittori ? In una vecchia pittura fu rappresentato l'Eter- no Padre col triregno in capo; e in altra antica immagine, Cristo crocefisso colla mitra." La 3." tavola contiene il detto bu- sto o mezza statua di Benedetto XII esi- stente nelle Grotte Vaticane, scolpito in Roma da Paolo Sanese, mentre dimora- va in Avignone, per aver fatto di nuovo il tetto alla basilica, con due sole corone; ma lo scultore che lavorò la statua di Be- nedetto XII , che ancora vedesi sul suo sepolcro nella chiesa d'Avignone, vi fece il triregno come l'avrà veduto portare dal Papa medesimo nella stessa forma che si costuma anche oggidì. Anche tal mezza statua, come accennai, tiene le chiavi col- la sinistra, il che non si riferisce a fun- zione particolare , ma per indizio della
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somma pontificale podestà, e della chiesa romana, della quale le chiavi sono pro- pria e distintiva insegna,oltreil Padiglio- ne o Sinnicchio {V\, insegna che sovra- sta gli stemmi delle Monete de'cardina- li Camerlenghi di s. Chiesa ( Z7.), e gli stemmi de' Parenti (V.) de' Papi. La 4.a tavola contiene le teste: di Giovanni XXII della statua sepolcrale giacente pres- so la sagrestia della metropolitana d'A- vignone, colla tiara in capo, che oltre alla corona inferiore, ne ha un'altra che può dirsi quasi doppia, più in alto; di Bene- detto XII della statua sepolcrale nella cap- pella de' Sartori di detta chiesa; col tri- regno in capo, e con questo ornato di 3 effettive corone sono le statue sepolcrali d'Innocenzo VI nella cappella a lato del santuario de' certosini di Villanova dio- cesi d'Avignone, e dell'antipapa Clemen- te VII sepolto nel coro de' celestini d'A- vignone. 11 Cancellieri, Storia de posses- si', dice a p. 49 ' , parlando delle Teste de' ss. Pietro e Paolo (F.)\ e de' loro anti- chi busti gioiellati non più esistenti, che il capo di s. Pietro avea la tiara con 3 co- rone a gigli di perfetta figura conica, quale dovea usarsi a'tempi d'Urbano V, che in essi pose tali ss.Reliquiejoud'èdameravi- gliarsijChe di questa forma di triregno non si valessero ne il Marangoni, ne il Garam- pi ne'dotti loro libri della Clironologia e del Sigillo dellaGarfagnana, ne'quali dierono incise le più antiche forme de'pon- tificii triregni. La forma del triregno di s. Pietro in discorsosi può vedere ne'due disegni pubblicati dal medesimo Cancel- lieri a p. i e 22 delle Memorie delle sa- gre Teste, ed io lo descrissi nel citato ar- ticolo, con tutto il fondo di perle piccole, colle 3 corone piene di gemme preziose, la croce in cima formata di gioie, ed i pen- doni o code del regno ornati di pietre pre- ziose finissime e grosse, nel fine def quali erano 6 campanelle lunghe dorate. Tan- to la Chiesa trionfante,quanto la militau* tesi diletta della varietà de' Co lori eccle- siastici (F.), con iride sagra; lai/ rap-
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presentala nelle Gemme (/'.), la 2." ne' Fiori (/ .). L'ornamento della Cliiesa trionfante non si rappresenta di fiori che sono corruttibili, ma eli gemme e Pietre (F.) preziose perchè durevoli. Dell' im- magine di s. Pietro (F.) espressa nelTW- clinio Lconiano(F.)e\u altri monumen- ti con tre Chiavi pontificie (F.) in ma- no, ragionai in più luoghi, spiegato per simbolo della triplicata podestà pontifi- cia sulle tre chiese militante, purgante e trionfante, da Dio comunicala al princi- pe degli Apostoli ed a' suoi Successori j ovvero la scienza, il potere e la giurisdi- zione pontificia. Questa slessa pienezza di podestà si vedeva indicata in un'imma- ginedis. dietro esistente nell'archivio disi- la basilica Vaticana e riferita dal Torri- gio a p. 76 delle Grotte Faticane, con Ire ordini di capelli in testa, invece del triregno, a tempo del s. Apostolo non u- sato, ma bensì in quello d'Urbano V in cui fu dipinta, ed al quale il Torrigio at- tribuisce l'introduzione della 3.* corona nella tiara, dicendo significare le 3 chiavi e le 3 corone, le 3 podestà che ha il som- mo Pontefice, cioè Imperatoria, Regia, Sacerdotale, e la podestà che ha nel Pa- radiso, in Terra, nel Purgatorio; ed è pei ciò che s. Pietro fu anticamente espres- so con 3 chiavi, vale a dire quando non j>i usava la tiara fregiala di 3 corone, colle quali fu poi a nell'egli rappresentato, e la veneranda sua statua di bronzo della Chie- sa di s. Pietro in Faticano, per la sua festa è vestita con piviale e triregno. Al- cuni critici osservano, che l'unione delle Ire chiavi nelle mani di s. Pietro può es- sere ancora un mero arbitrio de' pittori e musaicisli, come fecero nel Triclinio e in allri monumenti colla croce doppia, trovandosi molti ritratti di s. Pietro con una sola chiave e con due. Il ricordalo Bo- nonni, dicendo del simbolico significato del triregno, riporta le opinioni di Maz* zoroni, Saussay e Raiuaudo, i quali pen- sano che la mitra comune a'vescovi è se- gno dell'autorità episcopale, ma la coro-
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na d'oro è simbolo della triplicala pode- stà pontificia, con cui il romano Ponte- fice supera ogni altra dignità, avendo fa- coltà d'insegnare,di dispensare. e di puni- re, pel Primato (F.) che gode di onore e di giurisdizione. Di più dichiara il Bo- nanni, sulla cima del triregno è un glo- bo e su di questo uno croce , non senza mistero, poiché viene significalo il mon- do adombrato nel globo soggettalo in vir- tù della s. Croce, e si sostiene dal Papa perchè alla di lui cura consegnato. Altre misteriose significazioni delle 3 corone col quale è ornata la tiara, sono le riferite dal cardinal Sirleto; cioè di portarsi dal Pa- pa una corona perseguo della sublime di- gnità; che la 2." corona fu aggiunta in me- moria di quella donata da Costantino I a s. Silvestro I, e la 3.a per segno di quella mandata da Clodoveol a s. Pietro. USaus- say poi fu di parere, usare il Papa 3 co- rone, perchè in esso si devono conside- rare 3 dignità, lai .a di Sommo Sacerdo- te, la 2." di Re e Signore temporale, e la 3." d'uni versa le Legislatore; siccome 3 so- no le podestà in terra del Vicario di Cri- sto, cioè coelestium, terrcstrium, et in- fernorum , spiegale nelle 3 chiavi colle quali anticamente si esprimeva s. Pietro. 11 Landucci sagrista pontificio, nel trire- gno ravvisò le tre potenze espresse nelle tre corone, cioè àe\V Impero, del Regno, dei Sacerdozio, le quali sebbene indicate nella sola corona o tiara prima usala, fu- rono poi con Ire distinte più chiaramente significate. Perciò Innocenzo III vi rico- nobbe nel Papa la dignità di Sacerdote e di Re, V Imperio e il Sacerdozio che in se riunisce, e i diversi usi della mitra e della tiara. Laonde si prescrive nel Ce- remoniale Romano Kb. 3, sez. 5, cap. 9: Che il Papa ne'giorni solenni usi il Regno ossia la Tiara, nell'andare e tornare dal- la chiesa , non mai nelle funzioni sagre, nelle quali si adopera la Mitra, e si de- pone il Regno sull'altare nella sua testie- ra coperta di velluto cremis in seta. Nelle autiche Cavalcate del Papa, egli iuce-
TRI deva alla chiesa colla tiara o triregno, di- sceso dal cavallo lo deponeva e assume- va la mitra ; quindi nel partire lasciala questa riprendeva il triregno: altrettanto si praticò nel Possesso sino e inclusive a Leone X, perchè prima il Papa, dopo co- ronato in s. Pietro, recavasi immediata- mente al Laterano pel possesso, funzio- ni che poi furono divise. Anche il Magri afferma, coll'autorità dell'Ordine Roma- no di Cencio Camerario, nel 121 6 Ono- rio III, ch'era solito il Papa quando ar- rivava alla porta della chiesa di deporre il regno e di pigliar la mitra, come or- namento sagro. A Cappelle pontificie, nel descrivere tutte quante le sagre funzio- ni che celebra o assiste il Papa, si ordi- narie che straordinarie , rilevai quando dalla sagrestia si reca al Genujlessorio (V.) col triregno , deponendolo per far breve orazione, terminata la quale assu- me la mitra alzatosi in piedi; e quando ivi terminata la funzione torna, e depo- sta la mitra che avea assunto, dopo bre- ve orazione alzatosi in piedi, riprende il triregno. Ivi ancora riportai 1' orazione che nel procedere alla coronazione del nuovo Papa pronunzia il incardinale del- l'ordine de'diaconi, in cui lo chiama Pa- ter Regum et Rector omnium fidelium, dicendo poi nell'atto d' imporgli il tri- regno sulla testa nuda (talvolta i Papi u- sano di ritenere sotto il Berrettino , ed anticamente alcuno anche il Camauro): AccipeTiaram tribusCoronis ornatani, et scìas te esse Patrem Principum , et Regum, Rectorem Orbis) in terra Fica- riunì Salvatoris N. J. C. Anticamente appena il cardinale avea imposta la tiara sul capo del Papa, lutto il popolo l'ac- clamava con dire Kyrie eleison (F.)t ed apprendo dal p. Gattico, che ancora si co- stumava a tempo di Nicolò V. Indi il Pa- pa col triregno in capo per la 1.» volta comparte al popolo solennemente la Be- nedizione aposloliea (V.), e col medesi- mo triregno in capo e il Pallio, sulla Se- dia Gestatoria (f. ), co' Flabelli (F.)*
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lati, viene condotto nella Camera de pa- ramenti t per deporlo e spogliarsi degli abili pontificali. Il Papa dalla camera de paramenti o dalla sagrestia si reca co! triregno a celebrare o ad assistere allo feste dell' Epifania, della Cattedra di s. Pietro, della ss. Annunziata, della Pa- squa di Risurrezione, dando poi col tri- regno la solenne benedizione, dell'Asce) 1 sione, nella quale festa pure col triregno comparte la benedizione, di Pentecoste, del Corpus Domini (cioè viene portato da' cappellani nella processione al mo- do che dirò, nel descrivere la quale fun- zione notai i Papi che col triregno sul capo portarono il ss. Sagramento; dopo che il Papa con esso ha dato la trina be- nedizione, riceve nel capo la mitra dnì cardinal i.° diacono, e si porta al came- rino vicino ove depone i paramenti), de* ss. Pietroe Paolo,cioè nella sola festa, del l'Assunta dando poi col triregno la solen- ne benedizione, d'Ognissanti, del s. Na- tale nella sola festa, e x\q\Y anniversaria della propria coronazione. In tali circo- stanze dunque il Papa usa il triregno nel solo accesso e recesso dalla camera de'pa- lamenti o sagrestia della cappella ponti- ficia o chiese, non facendo mai uso di tri- regno nell' accesso a' vesperi , ancorché pontificali, e conseguentemente neppure nel recesso. Siccome nellecappelle del pa- lazzo apostolico ora non si usa di recar- visi in sedia gestatoria, vale a dire in que' vesperi e feste in cui si usava, essendosi nel nostro secolo introdotto il costume, per maggior semplicità e comodo de'Pa- pi, d'entrare nella cappella uscendo dalla sagrestia, e non dalla camera grande de' paramenti, così non ha luogo la sedia ge- statoria, per la brevità del tragitto, che si ripete nel ritorno. Per l'anniversario della coronazione aveano anche luogo i flabelli.
Innanzi di ragionare dell'origine della Tiara Pontificale , ora Triregno^ con- viene che io rammenti d'aver già tratta to, principalmente ne'vol. LV1IJ, p-22<)
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e seg., LXVII, p. 278 e seg., come l'im- peratore Costantino I il 3Iagno,i\\ venuto pubblicamente cristiano , ridonò la pace alla Chiesa, sino allora crudelmente per- seguitata, ma floridamente rigogliosa per- chè innaffiata dal fecondissimosangue dei suoi gloriosi ss. Mar ti riaccordando ai cri- stiani il libero esercizio di loro Religione, donando a Papa s. Mele hi a de parte del- l'imperiai palazzo di Laterano, con ren- dite per mantenere il decoro del supre- mo Gerarca. Le quali munificenze viep- più provò il Papa s. Silvestro I(fr.) dal 3 r4 in poi; però avvertendo, che le di lui grandi gesta furono mescolate con atti ri- tenuti da' critici apocrifi o alterati. Im- perocché Costantino I, oltreché donò a s. Silvestro I il rimanente del palazzo, che perciò divenne il Patriarehio Latera- nense (f.), quando lasciò per sempre Roma (V .) per trasferire la sede del ro- mano impero a Costantinopoli r'(/^.), co- minciata a fabbricare nel 326 e dedicata nel 33o; mirabile e strepitoso avvenimen- to predisposto dalla divina provvidenza, che die principio all' esistenza di Roma cristiana, la quale colle sue glorie offu- scò quelle di Roma pagana, restando li- bera nel benefico e paterno potere de'Pa- pi. Così l'eterna Roma , nobilitata dalla Sede apostolica (^.), fu elevata a me- tropoli di tutto quanto l'orbe cattolico, pel maggior lustro e propagazione della fede. Raccontai che alcuni sostengono a- ver Costantino I concesso a s. Silvestro I la Tiara, corona che poi si mutò nel Tri' regno, o se fu ili.°Papa ad usarla, per- chè fu ih.°Papa dipinto con essa; oltre quell'altre insegne imperiali che enume- rai; se fu l'imperatore ili.0 a rendere al Papa l'omaggio di Palafreniere (V.)ì e se s. Silvestro 1 istituì l'ordine dello Spe- ron d'oro (V*), che porta il suo nome, e se ne fregiò l'imperatore. Che oltre le vi- stose rendite da Costantino 1 assegnate alle chiese da lui fondate in Roma, e a- scendenti a circa annui 3oo,ooo scudi, se con editto e donazione, tenuta suppo-
TRI sta, nella quale si pretende compresa quella della Tiara, concedesse Roma e molle provincie in Sovranità de* Papi e, della. Chiesa romana (/ .). Di tutto,y;ro et contea, tenni proposito; poiché gli uni sostennero colla concessione della Tiara, la famosa donazione del principato tem- porale; gli altri negarono la 1 .*, e dichia- rarono apocrifa la 2. ': narrai io che piut- tosto consistesse la donazione, cioè in quei Patrimoni de Ila chiesa romana (F.) che nominai. Né mancò chi credette, avere s. Silvestro I da se medesimo preso l'orna- mento della tiara, in segno della libertà che laChiesa avea riacquistato da Costan- tino I, nel proteggerla apertamente, ma con tale prudenza e moderazione che il paganesimo non potè vantare i suoi mar- tiri, sebbene facesse di tutto per distrug- gete l'idolatria. Libertà dalla Chiesa ricu- perata dopo la sofferta servitù gentilesca, la quale si volle simboleggiare nella tia- ra, per la sua figura corrispondente al- l'antico pileo o berrettone romano , col quale indicavasi la libertà ; dagli antichi scrittori chiamato pure Camelaugo, Ca- melauroe Camauro, con una corona nel- la parte inferiore e perciò detto Regno: di sua antichità, dissi al suo articolo, che già l'usava Papa Costantino nel 7 1 o. Tut- tociò premesso, comincierò dal dire, che antichissimo è l'uso di coronarsi i roma- ni Pontefici, prima colla tiara, indi col triregno. Sempre fecero questa cererno- nia con ecclesiastica magnificenza, non già per far pompa della suprema loro digni- tà, ma per maggior esaltazione della glo- ria di Gesù Cristo e della sua Chiesa. Il Novaes,£>mertazzo/j/,t. 2, dissert.5: Del- la solenne coronazione de' Pontefici, ri- ferisce che una sola volta coronavausi i Papi dopo la loro elezione, ma in quei diversi altri giorni, denominati Festum Coronae, i quali con esso già riportai nel voi. Vili, p. i6r,ove trattai: Della co- ronazione del Papa; cioè ne'gioroi nei quali solevano adoperare la tiara e poi il triregno, diversi dagli odierni descritti di
TRI sopra, tranne alcuni , e solo noterò che tra 'detti giorni eravi quello infestivita- te s. Silvestri I, ed in anniversario suo. 11 Garanipi nel trattare di detto argomen- to, osserva che i Papi oltre di coronarsi nel giorno della coronazione, costumaro- no di rinnovare la stessa funzione in al* cune più celebri solennità dell' anno, le quali ci vengono additate da Pietro Mal- lio nel libro dedicato ad Alessandro III e ristampato in Ada ss. Junii} t. 6, par. 2,cap. 8, §i5i,da Benedetto canonico di s. Pietro uel Museum Italicum, t. 2, e nel medesimo da Cencio Camerario; ond' è che per Festum Coronae, ovvero cele- brare Coronam, s'intese questa solenne e ripetuta incoronazione, ogni qualun- que volta si rinnovasse fra Tanno. Papa debet accipere Coronam in capite suot et per mediani Urbem cum processione redire adpalatium.perficere festum Co- rotiac. Coronatus redit ad palatami, si- cut in aliis Cofonis. Acceptis laudibus, et celebrata Corona, sicutmos est,omnes r e deunt ad propria. In appresso poi si andò tralasciando tale funzione, per cui Paolo II stimò conveniente rimetterla in uso, scrivendo nella sua vita il Cannesio: quum celeri Pontijìces vix semel in an- nidecursu Tiarae usudelectatisint,ipse primus prò rerum ac dignitatis condì- tione frequentius, atque id solcmniori- bus anni diebus, eam magna cum venu- statedeferrecousuevit. Dieequindi il No- vaes, che ili^de'Papi che trovasi dipinto colla 'Tiara coronalo è s. Silvestro I, co- me col Pvocoa , De Mitra s. Silvestri I Papae, e con molti altri, riporta il San- diui, Vitae Pontificum, t.i, p. 92. Vuo- le renderne ragione il cardinal Stefane- schi, scrivendo che Costantino I, battez- zato da s. Silvestro I (pare che invece lo fosse da altri in Nicomedia),^ questo die la corona 0 tiara: proprium sibi Regnimi, seu Phrygium manibus Silvestri inver- tite pressil. Sembra ch'egli l'abbia rica- vato dall'editto famoso della donazione di Costantino 1, presso il Labbé, Conci-
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lior. 1. 1, p. i538, ove si legge. Decrevi- mus et hoc, ut idem venerabilis pater no - sterSilvester summus Ponlifex,etomnes ejus successores Pontifices diadema te,w- delicet Corona, quam ex capite nostro UH concessimus, ex auro purissimo, et gemmis pretiosisf uti debeant, et in ca- pite ad laudem Dei, et prò honore B. Petri, gestare. Il No vaes non intende ivi trattar la questione, tanto agitata fra'cri- tici , se Costantino I ricevè in Roma da s. Silvestro I il battesimo, né di disputa- re sull'editto della donazione, poiché si proponeva addurre gli autori contrari e favorevoli nella BibliotecaPontificia,chQ per altro non pubblicò (forse questa si potrebbe formare, se non completa cer- tamente copiosissima, con quanto mi fu dato in questa voluminosa mia opera di pubblicare). Si limitò, per riguardo al i.°Papa dipinto colla tiara, di conclu- dere col Papebrochio, In Conat. ad s. Silvestr. I, u.° 5, p. 128. Ommissis fa- bulis dici posse videtur3 quod constituta per Costantinum ecclesiastica pace, Sil- vesler vel propria electiones , vel ipsius (Imperatoris) mandalo, Pdeuni sutnsc- rit, romano more symbolum libertalis , euniqne aureo phrygio , seu diademate ornatimi inferne3 qua caput langit , ad significandum Regale Sacerdotiuni o- mnium Principimi collalum a Christo. Così ancora i critici Bollandisti, Ada ss. Mali, t. 4, die 19^.467: Gemmalo dia- de tua le usuni Constanti uum edam ex a- liquibiis ejus numinis habemus. Quod aulem Ponlificiae Thiarae inferne c/r- cumduda Corona tj asmodi orìgine mha- beat, velini cerlius probalum legere. In- terim video itnagines Pontificum, ut mine habentur, Silvestri anlecessores omnes nudo vertice exprimere, ìpsumque pri- muni Inter eospìlealum, seu Tiara (quae formam veleris pilei romani habet) ledimi co ns pici -.ncque disciplinet con/edura pri- dem animo meo abversans , quod scili- cet Silvesler, vel proprio ino tu, vel Con- slanùni/ussuj islud liberlatis uoUssiinuui
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signutn assumere volueritj quia Eccle- sia eatenus sub imperalorum gentiltum servilute gemens per Constantinum diri- sii ami m emancipala quodammodofuit, et sui juris facta est, plurimisque liber- tatibus ab eodrm imperatore donata. Il Donai] ni cap. 65: Del Triregno Ponti- fìcio, riferisce che Innocenzo 111 fu uno tli quelli, che nel serm. 3, In consecrat. Pouti/ic, e nell'altro di S.Silvestro I, ere- delle alla donazione fattagli da Costanti- no I, della corona d'oro ornata di gioie, dichiarando così la dignità che possede- va e da Dio ricevuta, benché il santo Pa- pa per umiltà nou volle usarla. Che Co- stantino 1 donasse la corona a s. Silvestro 1 è stato affermato da molli scrittori, poi- ché dice il Dominili, il pio imperatore con tale azione non conferì alcun dominio ne podestà al Papa, ma solamente dichiarò ciò che possedeva, dando campo al me- desimo di esercitare liberamente la sua sublimediguilà, come successore di s. Pie- tro, impedito sino a quel tempo dalle per- secuzioni de' tiranni e degli eretici. Che perciò essendo i Papi in istato libero po- terono usar l'insegne della suprema di- gnità, da Dio a loro conferita. Il Bonan- ni riporta diversi scrittori che crederono alla tiara donata a s. Silvestro I, e per- sino di quelli che la ritennero fregiata di 3 corone, che portata in Avignone e ri- tornata in Roma venne rubata nel i^$5. Di parte della mitra di s. Silvestro 1, che" si conserva nella chiesa de'ss. Silvestro e Martino a' Monti, parlai nel voi, XLV, p. 262 : se ne può vedere il disegno nel citato Rocca, Opera omnia, t. 2, p. 379, De Mitra s. Silvestri I Papae. La de- scrisse pure il Sarnelli già citato, dichia- rando giustamente essere la mitra pon- tificale, non il regno. Quanto a questo e- gli riferisce, che Costantino I stando per partire da Roma, volle mettere sul cupo di s. Silvestro 1 la Corona imperiale del proprio capo, d'oro e di gemme; ma e- gli per riverenza della corona chiericale, cioè della sagra mitra, non volle portarla,
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bensì si fece un altro diadema reale au* ri frigia lo ili forma circolare, ch'egli cre- de sia quello chiamato regno, indi per le 3 corone triregno. Anche il Sarnelli se- guì l'opinione d'Innocenzo 111, ed il si- mile fece il Thiers xx^X Istoria delle par- rucche. 11 Platina nelle Vite de* Ponte-* fìci scrisse, che Costantino I avendo of- ferto a s. Silvestro I una corona tempe- stala di perle preziose, la ricusò come or- namento che in veruna forma eragli con- veniente, e si contentò d'una mitra bian- ca tonda ricamata d'oro; e che riporta- ta in Roma d'Avignone, Eugenio IV l'u- sò religiosamente in solenne processione che fece con lutto il clero e il popolo ro- mano, dalla basilica Vaticana alla Late- 1 anense, indi venne riposta nella suddet- ta chiesa de'ss, Silvestro e Martino. Nella
biografìa di Gre
X dissi col suo sto-
'b— regorw.
rico Bonuccijche dopo eletto inViterbo gli fu domandato se ivi oin Roma voleva es- sere coronato, ma che egli rispose: in Ro- ma, dove Costantino I cavatosi dal capo l'imperiai diadema l'olfiì a s. Silvestro I, qual simbolo della regia dignità e del do- minio temporale de'Papi. Alcuni storici vogliono ancora, che Costantino I donas- seas. Silvestro I il suo ricco Manto o am- manto, Superhumerale (V.), vidclicet lorum quod imperiale circumdare asso- let collimi, quindi che da esso ebbe ori- gine il sagro Pallio f/^.J, come asserisce il De Marca; insigne ornamento pontifi- cale, chiamato Stola Pontijicalis, e det- to pure Plirygium perchè si soleva tes- sere da'fi igi, in quo est plcnitudo Pon- tijicalis officii; ed il Papa è il solo che pel suo Primato (F.) può usare il pallio, essendovi in esso la pienissima podestà di tutta la Chiesa, in ogni tempo e in ogni luogo, il che non è lecito agli altri che ne sono insigniti. i\eli856 dalla Stamperia di propaga nda fide fu pubblicato» De sa- cri Pallii origine Philippi Vespasiani kistoriae eccle.siasticae in Coli. Urba- no professoris disquisilio. Il dotto auto- re, come ne dà bella contezza la Civiltà
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cattolica, serie 2.a, t. 2, p. 3ag, con pre- gevole e severa erudizione, ammettendo eziandio il dono del manto imperiale, pro- va che non può essere il Pallio sagro che il Papa usa e conferisce a'patriarchi e a- gli arcivescovi. Di più entra poi a prova- re, che ii pallio non è derivato a' sommi Pontefici romani dall' E/odo Ephod(V.) e dal Razionale (F.) del Pontefice degli ebrei,sebbeue potea in qualche modo sim- boleggiarli; come simboleggia ne'rituali, nelle lettere apostoliche e ne' monumen- ti artistici cristiani il buon Pastore (F.), che si leva sulle spalle la pecorella smar- rita, o la Croce che portò in ispalla il Re- dentore. Mg. r Vespasiani, considerato un celebre passo di Liberato diacono, entrò nel pensiero, che il pallio pontificale non sia altro che il pallio portalo in vita da s. Pietro, e dopo il suo martirio eredi- tato da' sommi Pontefici, come successo' ri di Pietro, e portato da essi in segno dell' apostolica podestà. Qui il eh. auto- re osservò l'antichissima usanza d'aversi in gran tonto il pallio antico, onde so- lcano andare adorni gli uomini insignito- me i filosofi, ed i romani benché tenaci di loro usanze, deponevano la Toga(F.)pev assumere il pallio filosofico, al modo dei greci che aprivano scuola in Ptoma. Vol- gendo poi l'attenzione alle cose sagre, dal lib. 3 de Re si ha, che per l' indumento del pallio s'intendeva di trasmettere qua- si lo spirito e la virtù di chi lo vestiva, il che fece il profeta Elia coprendo Eliseo col suo pallio o mantello, cosi inaugu- randolo in Profeta, e col suo pallio gli conferì il gagliardo suo spirito. Eliseo poi, possessore del pallio del suo maestro, cou quello operò i più meravigliosi e tremen- di prodigi. I cristiani appresero molte co- stumanze dagli ebrei, e le pregiarono som- mamente e le seguirono con venerazione; perciò s. Paolo i.°eretu ita volle essere se- polto involto nel mantello che s. Atana- sio d'xllessaudi ia, allora so (ferente le più crudeli persecuzioni in difesa de' dogmi cattolici; avea dato a s. Aulouio abbate,
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il quale l'ubbidì, e poscia ne' dì solenni toglieva dal corpo di s. Paolo l'indumen- to e se ne vestiva con gran divozione; e s. Ignazio di Costantinopoli si ornava òeM'humerale di s. Giacomo Minore apo- stoloei.°vescovodi Gerusalemme. Viem- maggiormenle si confermò mg.r Vespa- siani a riputare il pallio pontificale im- magine di quello che i Papi successori di s. Pietro ereditarono da lui, dall'osserva- re che nella chiesa d'Alessandria il pal- lio di s. Marco passava dall'uno all'altro vescovo, togliendosi dal corpo del defini- to. E che il pallio sia quello di s. Pietro, dopo la sua morte lasciato a'sommi Pon- tefici , quasi pegno e testimonio ch'essi sono vestiti della sua virtù, del suo spi- rito e della sua autorità, deducesi aper- to dal testimonio dell'antico autore che va sotto il nome d'Eusebio da Cesarea, il quale nel sermone dell' Epifania dice: Nìhilantiquius veste illa sacerdotali ar- chipraesulis nostri quae Mi vestì de V. T. successit Ephod bysso auroque con- textae, qua in signum plenissimae po- testà tis primus Linus amictus est, cui et typum dedit et nomea, ut a veteribus accepimus scrìptoribus, quam appella- vit et Pallìum. Donde è naturale conse- guirne quello essere il pallio medesimo di s. Pietro e l'usuale sua veste, ed in Pa- pa s. Lino suo immediato successore di- venne un sagro indumento tipo della suc- cessione, e segno della pienissima pode- stà.Nolerò d'aver dichiarato a Pallio, che comunemente a s. Lino se ne attribuì l'i- stituzione, e che a Praga si vuole conser- varsi parte del pallio filosofico di s. Pie- tro, primo pastore universale dell'ovile raccomandatogli daCristoje perciò i sagri palili si pongono sul corpo di s. Pietro, da dove eziandio gli antichi Papi lo prende- vano e se lo mettevano sulle proprie spal- le. Quindi mg/ Vespasiani con validissi- mi argomenti passa a provare, che tut- tociò che si pratica dalla Chiesa si riferi- sce al pallio di s. Pietro, sia de'riti che lo riguardano, dal benedirsi nel giorno del
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martirio e, sopra il suo celeberrimo se- polcro, e perciò sopra il beato suo corpo si custodiscono, donde si tolgono per man- darli a'raetropolitani; anzi i Papi sonoin- ironizzati e consagrali all'altare che so- vrasta la tomba di s. Pietro , ed ivi essi ricevono il pallio e celebrano lai. "messa pontificale: cosi figurasi il Pontefice imo- vo sorgere perennemente come un nitro Pietro dal suo sepolcro, e da quel sepol- cro pigliare il mantel suo, indice della po- destà conferita da Cristo a lui ed a' suoi successori. La Civiltà cattolica poi volle aggiungerti a Uro forte argomento con sa- gra erudizione archeologica , che com- prende il più nobile e sublime concetto che uomo vaglia ad escogitare intorno al- la divina podestàconcessada Cristo al suo rappresentante in terra, nel vedersi espres- so dall'antica Chiesa in vetustissimi mo- numenti cristiani, che descrive, il Salva- tore che neir ascendere al cielo getta il suo pallio in grembo a Pietro, onde sim- boleggiare con sublimità di mistero,la vir- tù di Cristo trasfusa in Pietro coli' ere- dità del pallio , come la virtù profetica d' Elia fu col pallio travasata in Eliseo. Cristo avea già colle Chiavi dato rinve- stitura a Pietro d'aprire e chiudere i cie- li, ora col suo pallio gl'infonde la divina virtù, che informa l'altro potere conces- sogli come a suo Sicario in terra. Cosi testimoniata ch'ebbe poscia Pietro col suo sangue la divinità di Gesù Cristo, lasciò morendo in eredità a Lino un mantello, che secondo il discorso simbolo era il man- tello di Cristo. Quali vesti poi Cristo a- doperassein questo mondo, lo dissi a To- naca inconsutile, a Sandali e Scarpe, e in altri articoli. Essendo il triregno il pri- mario e maestoso principesco ornamen- to del Papa, ora che il pallio pontificale, primaria insegna della pienezza di sua pontificia podestà, ha ricevuto un'ulterio- re illustrazione, per l'importanza dell'ar- gomento e per l'analogia che ha con que- sto, mi si condoni l'eseguita digressione. Nelle Vitac Pontifwum del Ciacco-
TRI ilio, riportando tutti i ritratti de' Papi co' loro stemmi, l'effigie di s. Silvestro I è col camauro; quindi quella dell' im- mediato successore s. Marco, coronata colla tiara circondata da corona, e co- sì i capi di altri immediati successori di s. Marco. Nella Clironologia illustrata dal Marangoni, ed esistente nella basili- ca Ostiense, i ritratti di s. Silvestro I e di s. Marco sono col capo nudo: ili.°Pa- pa colla tiara ornata di corona reale e terminante colla croce, è Costantino del 708, ed il 2.°s. Gregorio II del 7 1 5 ; il i.QPapa colla tiara con due corone è In- nocenzo VI del 1 352, e il r .°Papa col tri- regno è Urbano V deli 362. Il Bonanni inoltre riporta le opinioni di quelli che attribuiscono a Clodoveo I re di Francia l'origine della tiara pontificia, poiché nar- ra: essendo egli ili.°re de'franchi cristia- no, l'imperatore Anastasio I per animar- lo a mantener la fede, gl'invio il titolo di Patrizio dell'impero d'oriente, con tut- ti gli ornamenti reali, fra 'quali una ricca corona d'oro con gemme preziose; ma Clodoveo I volendo mostrare di ricono- scere il suo regno da Dio, e non dalla sua spada, inviò i suoi ambasciatori verso il 5 18 a Papa s. Ormisda, per riconoscerlo Vicario di Cristo, e gli fece presentare la detta corona acciocché l'offrisse a s. Pie- tro, in segno di sua ubbidienza a Dio. Da questo dono presero occasione alcuni scrit- tori di dire, che i Papi successori comin- ciassero a usare il regno o corona nella loro coronazione. Di tale opinione fu il Junio scrivendo De translationc Impe- r/V, contro il cardinal Bellarmino, per ar- gomentare maliziosamente, che la digni- tà dell' impero in Carlo Magno non de- rivò da s. Leone III, ma bensì da Clodo- veo I. Il Junio fu egregiamente impugna- todall'Alemanni, De Parietinis Latera- nensibus, cap. 1 3, con riflettere che la co- rona donata da Clodoveo I a s. Pietro fu appesa all'altare sovrastante il suo sepol- cro, ove pendevano molte corone reali, e non mai fu usata da'Papi. Il Magri all'ai-
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liccio Epanoclistus, che significa chiuso e nascosto dalla parte superiore, dice es- sere il vocabolo della corona donata da Clodoveo Las. Pietro. Regnimi de. auro purissimo Epanoclistum cum catemdis suis habens in medio Crueem auream. Alcuni osservarono che il ritratto di s. Gregorio II fu espresso fregiato colla tia- ra ornata d'una corona, perchè da lui do- po il 726 ebbe principio la Sovranità dei Pontefici 'j ma notai di sopra, che l'im- mediato suo predecessoreCostantino ven- ne dipinto colla tiara ornata di corona nella cronologia de' Papi dipinta nella ba- silica di s. Paolo. Alcuni col Mabillon, Mu- sami Italicum, 1. 1, p. 8s*q, pretendono che lai.3 solenne coronazione de' Papi si fece a'27 dicembre 795 con s. Leone III, come si ha da un codice di s. Gallo, ch'e- gli crede scritto ne'tempi dello stesso Pa- pa, nel quale si narra l'episcopale suacon- sagrazione, e poi raccontasi che giunto s. Leone III a'gradini inferiori della basili- ca Vaticana: Prior stabuli imponi t in (e- jus) capite Regnimi, quod ad simili tu- dinem Cassidis ex albo fit indumento, ciò che propriamente si spiega per la co- ronazione. Da questa funzione, che poi si fece sui medesimi gradini e quindi nel- la gran loggia della basilica da dove i Pa- pi benedicono il popolo, cominciò il Can- cellieri a descrivere la Storia de' solenni possessi de3 sommi Pontefici detti anti» camente Processi o Processioni, dopo la loro coronazione, dalla basilica Vati- cana alla Laleranense. Trovo nel Vet- tori, che il regno o tiara usata da'Papi, viene detto nelle loro vite da Anastasio Bibliotecario, comechè di sopra coperto, Regnimi Spanoclistum, ovvero Epano- disturna specialmente nella vita di s. Leo- ne III. Papa s. Pasquale I deli' 81 7 nel riedificare e abbellire la chiesa di s< Ce- cilia, vi fece rappresentare colla tiara cin- ta dalla corona la figura di s. Urbano I che l'avea consagrata, figura riportata dal Marangoni; laonde egli è questo altro ar- gomento, che già era iu uso la pontificia
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tiara. Nell'827 già erano stabiliti diver- si riti per l'ordinazione, intronizzazione e possesso del Papa, lai. 'facendosi nella basilica di s. Pietro, la 2.a nella Latera- nense; ma Papa Valentino fu prima in- tronizzato che consagrato. Dalla vita di Benedetto HI dell'855 si rileva l'antico costume di tornare al Laterano dopo la celebrazione della messa pontificale nella basilica Vaticana, in cui il Papa era ordi- nato e consagrato. Tutlavolta Francesco PagijZfrewVzr. gest.Roni. Pont, in vitaNi- colai I, crede ch'egli fu ili.°Papa che do- po la sua Intronizzazione e Consagra- zione (V.), fu pure coronato colla tiara pontificia a'24 aprile 858, alla presenza dell'imperatore Lodovico II, il quale gli fece l'uffizio di palafreniere, allorché ca- valcò nel suo possesso. La funzione si ce- lebrò nella basilica Laleranense, benché poi s'introdusse l'uso, costantemente ri- tenuto, d'incoronarsi i Papi nella basilica Vaticana, e di tornare in processione al Laterano, ov'era il patriarchio,peI posses- so. Nelle vite de' precedenti Papi non si ved ono adoperate altre frasi,che quella di ordinazione e cons a gr azione, ma per s. Nicolò I per lai. "volta si nomina espres- samente l'incoronazione. Coronatur de- niaue... Haec Coro natio facta est in Ec- clesia Lateranensi. Osserva il Donanni, che alcuni furono di parere, che s. Nico- lò I aggiungesse alla tiara un circolo d'o- ro, dopoché cessato l'Esarca dì Raven- na, cominciarono i Papi ad esercitare il dominiolibero nell'ltalia,echein tal tem- po fu denominata Regno e Corona la tia- ra pontificia. Ma la dominazione ponti- fìcia nell'Esarcato e l'esercizio della sua Sovranità temporale, é di mollo anterio- re a s. Nicolò I, come può vedersi negl'in- dicali articoli. Non voglio però occultare il dichiarato dal dottissimo cardinal Ga- rampi. Solevano gli antichi Papi fregiar- si dell'ornamento del regno o tiara, la qua- le essendo una corona segno di tempora- le dominio, ne viene che non si dovesse lai. 'voi la imporre se non che nel giorno
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in cui il nuovo Papa prendeva il posses- so del Patriarchio Lateranenscj e quin- di li può congetturare, che prima del se- colo IX non si trovi memoria di una ta- le funzione(stam pò l'opera nel i 7 5c), men- tre il Cancellieri pubblicò la Storia idei possessi nel 1802), perchè il temporale dominio non era ancora ben dichiarato e stabilito. Veramente questo lo era sino da Adriano 1 del 772, solo i Papi furono im- pediti nel libero esercizio della Sovrani- tà e nell'amministrazione delle cose civi- li qualche volta pel furore delle fazioni e delle ribellioni. Dal sin qui narrato si mostra erronea l'asserzione di Lunadoro, nella Relazione della corte di Roma , il qualecredeche la 1. 'pontificia coronazio- ne di cui parla la storia, sia quella di Da- maso li nel 1048. Benzone vescovo sci- smatico d' Alba di Monferrato ne' suoi commentari De rebus Henrici III (cioè IV), panegirico che leggesi nel Mencke- nio, Scriptorum rerum Ger manicar uni, 1.1, lib. 7,cap, 2, p. io63, descrive la co- ronazione di Nicolò II fatta in Roma nel io5g in un concilio di vescovi per ope- ra del grande Ildebrando arcidiacono car- dinale e poi s. Gregorio P II, ch'egli per dileggio chiama Prandello, che gl'impo- se in capo una reale corona, nel cerchio inferiore della quale si leggeva; Corona Regni de manu Dei, e nell'altro cerchio; Diadema Imperli de manu Petri. Si at- tribuisce dunquea Ildebrando l'avere pel' i.° introdotto nella tiara la 2.a corona, e formata la tiara di due cerchi; ma i po- steriori monumenti ci dimostrano la tia- ra dJuna sola corona sino aBouifacioV 1 li, 11 Gararnpi avverte che il contempora- neo Benzone era un vescovo scismatico partigiano d'Enrico IV persecutore della Chiesa, il quale s'intitolava vescovo d'Al- ba (leggo nel can. Bima, Cronologia dei vescovi d' Albaì che nel 1057 fu eletto Pietro IH Penso ne'tumulti di guerra, e assistè neh 060 al concilio di Milano); ed il panegirico fatto da lui a quell'iniquo principe è uua stomacosa satira contro il
TR I virtuoso Papa Alessandro II, immediato successore di Nicolò II, ed Ildebrando car* dinale sostegno in que'deplorabili tempi della chiesa romana; panegirico da met- tersi coli' altra infame satira e piena di bugie, che abbiamo di Belinone falso car- dinale e ribelle alla s. Sede, comesi espri- me il Muratori negli Annali d 'Italia ai- ranno 1 06 1 . Benzone dunque lasciò scrit- to, che corrumpens Prandellus roma- nos multis pecuniis multisque perjuriis indìxìt synodum , ubi Regali Corona suum coronavit ìdolum : auod cerne ri" tes Epìscopi \facti sunt velut mortili. Le- gebatur enim in inferiori circolo ejus- dem serti ita: Corona Regni de manu Dei; in altero vero sic: Diadema Impe- rii de manu Petri. Dallequali parolesem- bra ricavarsi, che qualche innovazione fa- cesse Ildebrando, per di cui cagione i ve- scovi del sinodo restassero così meravi- gliali. Non può dirsi che fosse cosa nuo- va l'incoronare il Papa, pegli esempi an- teriori riferiti, oltre gli altri che riportai a'ioro luoghi, e la loro corona appellava- si assolutamente Regno.Q perciò è da cre- dersi, che l'innovazione soltanto consi- stesse in quelle due iscrizioni, che furo- no poste sulla corona, colle quali dichia- ravasi risiedere nel Romano Pontefice tutta la pienezza della podestà sì Regia che Imperiale. Qualunque però fosse, o il sentimento d'Ildebrando, che andava maturando il gran concetto di francare la Chiesa dall'Impero, o ciò che pretendes- se di esprimere il barbaro, oscuro e ap- passionato scrittore Benzone, sarà sem- pre vero ciò che assai opportunamente a questo proposito osservò il p. Mansi : Hi ne discimus duplicis Circuii in Coro- na pontificia ornamentimi multo vetu- stius esse , {piani liucusque ab erudids ereditimi sii. Tanto si legge udì' Animaci- vers. in Annal, Baronii, t. 17, p. 355. La più antica descrizione circostanziata che abbiamo delle ceremooie, ohe comin- ciarono a introdursi nell'Elezione, Con- sagruzionci Coronazione del Papa fi del
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suo ritorno al Laterano pel Possesso, è quella riferita da Cancellieri di Pasqua- le 11 del 1099. Fra le altre cose, da ine narrate altrove, si dice che dopo d'esse- re stato acclamato Papa: Pascalem Pa- paia s. Petrus elegit, nella chiesa di s. Clemente a' 1 3 agosto. Ilis aliisque lati- elibus solemnìler peractis9chlamydecoc- ci ne a induci tur a Patribus, et Tiara ca- piti ejus imposita,comitanle turba euni cantico, Lateranum veclus a cavallo, dal quale disceso fu collocato nella Sedia dei Papi (F.) e poi nelle altre sedie, e falle quelle belle ceremonie , che in tale e in altri articoli descrissi. Nel dì seguente fu poi consagralo, ricevè il Pallio e fu co- ronato nella basilica Vaticana, da cui pas- sò processiona (mente alla Lateranense, Anche per Pasquale II seguì prima l'in- tronizzazione nel Laterano, forse per la vicinanza della chiesa ove fu eletto, e per- chè non tornasse a fuggire e nasconder- si. Nella funzione ordinaria, tale introniz- zazione seguiva dopo la consagrazione, intronizzazione sulla Cattedra di s, Pie- tro, e coronazione che facevasi nella ba- silica Vaticana. Ne'posteriori monumen- ti sempre la tiara pontificia viene chia- mata Regnimi seu Mitra turbinata cani Corona e colla quale erano i Papi secun- duin solituin Ecclesiae moretn , Regno de more insigni tis, et solemniter corona- ti ; persino negli alti della coronazione d' Alessandro III, fatta a'20 settembre 1 1 59 nella terra di Ninfa, a cagione del- lo scisma dell'antipapa Vittore V, come si ha diigli atti di tal solenne funzione presso il Baronio, e dall'enciclica all'epi- scopato d'Alessandro 111 medesimo. Tre mitre diverse usavano da lungo tempo i Papi perle loro solennità, come raccoglie- si dal Ceremoniale Romano, pubblicato per ordine di Gregorio X del 1271, presso il Mabillon, Museuni Ilalicum, \.i,Ord. Rom. XIII, p. 111; g dall' Ordine Pio- mano, composto dal cardinal Giacomo Gaetano Slefaneschi, presso il medesimo Mubillou, Ord. Rom, XIF9 p. 243. E-
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rano le 3 mitre, una bianca tutta liscia, l'altra ricamala a oro, ma senza cerchio nella parte inferiore, e la 3.a pure ricama- ta con cerchio d'oro, ossia la tiara. Quan- do si usavano le 3 mitre papali, lo dissi a Mitra ove meglio ne parlai. Il cardinal Pietro d' Ayllj, uno de'più dotti vescovi che assisterono a'famosi sinodi di Pisa e di Costanza, ragguagliando la pompa,con cui fu coronato s. Celestino V umilissimo di Sulmona(V.) nel 1294 in Aquila, co- sì dice. Hos quippe magnifLcos appara- tus sive in equis, sive investibus,aut a- liis exterìoribus ornamentis, quos pie-? rique pompas vocant, a tempore b. Sil- vestri I Papae sancii Patres non solimi stimmi Pontifices, sed e t alii minore s Et piscopi non ad suam, sed ad Christi, et Ecclesiae ejus gloriarli extollendam in* troduxisse credendi suntj quos exterius cum temperantiae moderami ne obser- vare, interim tamen servata humilita^ te, non est vanitatis aut vidi, sed est wr» tutisac meriti. Il santo a somiglianza del praticato da Cristo, che celebriamo nella domenica delle Palme, era entrato in A- quila sopra un asino, che addestravano Carlo li re di Sicilia e il suo figlio Car- lo Martello re d' Ungheria, e non An^ drea III come vuole Novaes. Non mani- carono biasimi a tanta profonda umiltà, poiché uomini santissimi, per conservare la maestà deIlaChiesa,tollerarono la pom- pa reale. Pure, che il praticato da s. Ce- lestino V non fu d'ingiuria alla Chiesa, ma con onore, lo mostrò Dio con mira- colo. Poiché smontato il Papa dall'asino, un uomo vi pose sopra il figlio zoppo d' ambo i piedi e subito restò perfetta- mente sano. Indi si fece coronare solen- nemente nella chiesa suburbana, e colla corona in capo, frigium gemnds, auro- que curuscum , sopra un bianco cavallo rientrò in Aquila, fra gli applausi di 200 e più mila persone, ch'eranvi accorse al- lo straordinario spettacolo, per vedere il i.° e più grande personaggio del mondo, quello che poco prima era un semplice e
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umile romito. Insorto malcontento tra i cìii cimali, s. Celestino V sospirando la so- litudine e la contemplazione delle cose celesti, nel concistoro pubblico di Napoli a'i 3 dicembre fece la Rinunzia del Pon- tificato (ì .); e spogliatosi delle pontifì- cie insegne, comparve vestito d'un abito irsuto e arricciato, movendo a molto pian- to i cardinali, da lui scongiurali a proce- dere senza indugio all'elezione del succes- sore, die secondo la sua predizione fu il cardinal Gaetani d'Anagni. Preso questi il nome di Bonifacio I III, siccome gran legista e deeretalista, gran zelatore e con- servatore della Chiesa, fece di tutto per difenderla e per sostenere la dignità pa- pale die voleasi conculcare dall'orgoglio- so Filippo IV il Bello redi Francia; on- de \\t\YAiino santo i3oo si fece vedere per Roma colle divise pontificali e impe- riali, con questo molto: Ecce duo Gladii. Il Vettori ragionando della tiara ponti- ficia e della 2.'1 corona ad essa aggiunta dopo ili3oo circa, essendo prima orna- ta d'una sola, come apertamente dimo- stra il Rituale di Benedetto canonico del- la basilica Vaticana neh i3o, chiaman- dosi la tiara usata da Innocenzo 11 eletto in detto anno (e non Innocenzo IV co- me dice Vettori), dall'abbate Suggero nel descriverne la coronazione , presso Du- chesne, Script. Frane, t. 4,p. 3 1 8: Phry- gium ornamentimi imperiale instar ga- leae)circulo aureo concinnatimi. Perciò" Bonifacio Vili nel 1294 dopo avel' pub- blicalo la celebre bolla V nani sane tara , riguardando forse i diademi descritti nel cap. 1 9 de\V Apocalisse, aggiunse alla tia- ra o regno pontifìcio la 2/ corona, come prova lo Spoudano sull'autorità dell'A- lemanni, che confermarono altri scritto- ri. Aggiunge il Vettori, che quantunque Bonifacio Vili avesse ordinato fin dal j 294 le due corone nel regno o tiara pa- pale, nondimeno da'monumenti ricorda- ti superiormente chiaramente apparisce, che non sempre se ne servì, ma solamene te uegli ultimi uuni di sua vita, cioè do-
TRI pò il i3oo, nel quale celebrò in Roma il Giubileo universale, poiché l'antica pit- tura fatta in esso da Ci ma bue, o meglio Tommaso detto dottino, come vuole Va- sari, ed esistente nella basilica Lateranen- , se fa vedere la tiara con una corona sola. Conviene che io rilevi un anacronismo di Vettori. Egli dice , che aggiunse alla tiara la a." corona nel 1294, dopo aver pubblicato la bolla Unam sanctam; ma come in tanti luoghi riportai , Bonifacio Vili fu dello in Napoli a' 24 dicembre 1294, e ne partì a' 2 gennaio per Roma ove fu consagrato, e coronato dal cardi- nal Matteo Rosso Orsini 1. "diacono a' 16 gennaio e altri dicono a*23, colla pompa non mai veduta per faddietro, ecolla tia- ra in capo passò dal Vaticano alla basi- lica Lateranetise pel solenne possesso, ad- destrando a piedi la chiiiea che cavalca- va, i re di Sicilia ed'Ungheria, i quali poi loservironoa^AYmso colla corona intesta. Dunque nel 1 294 Bonifacio Vili non ema- nò la bolla Unam sanctam, la quale ben- sì per bene stabilire l'autorità apostolica che i malvagi consiglieri di Francia si stu- diavano di deprimere, decretò neh3o2 nel sinodo romano che riportai nel voi. LIX, p.g8,in cui spiegando il potere del- la spada spirituale e della temporale, de- cretò la podestà de're soggetta al Papa; inoltre dichiarando, che non poteva dirsi senza colpa d'eresia, che i cristiani tutti nou sieno soggetti al Papa. 11 Garam- pi osserva che la più distinta descrizio- ne della tiara pontificale, come la trovò Bonifacio Vili, è l'inventario da lui or- dinato del palazzo apostolico nel 1295, nel quale si legge. Rcgnum sive Corona^ in qua sunt 48 balasci, in quibus sunt aliqui rubini, et 72 zaffiri) et ^5 inter praxiiiy et smaragdos, non computalis parvis smaragdis et balassisjet 66per- lae grossae. In summitate autem habet unum rubinum gr ossimi. In inferiori au- tem par te m habet unum Circulum cum esmaltis. Caudas vero habet nigras cum 8 esmaltis prò qualibet. Ponderi? 12.
T È I marcharum et 5 unciariim.Taìe era dun- que il Regno, che Bonifacio Vili trovò nel tesoro pontificio, allorché fu assunto al pontificato, e tale anche l'usò per pa- recchi anni, come vedesi in varie sue im- magini , e di già descritte. Osservarono per altro l'Alemanni, il Ciacconio e mo I- ti altri scrittori, che il medesimo Bonifa- cio "Vili fu ili.°ad accrescere alla sua tia- ra o regno la 2.a corona, e in fatti alcu- ne delle descritle sculture che lo rappre- sentano, hanno la tiara fregiata da dop- pia corona. Nota il Papehrochio, in Co- natii, che Bonifacio Vili fu il i.° ad ac- crescere la tiara o regno della i.* corona: exprimi volens utriusa ite Regni Corpo- ralis, et Spiritualis prerogativam Pon- tifici competentem. Frattanto per le tra- me de' Colonna e del re di Francia, Bo- nifacio Vili credendosi poco sicuro in Ro- ma, si ritirò nel i3o 3 in Anagni sua pa- tria; ma dopo la congiura ordita a l'A- ringo a Pietrarea o Pietra del malo con- siglio, vicino ad Anagni, di cui parlai an- che nel voi. XXVII, p. 273, cioè in una selva del territorio di Ceccano, chiama- ta la macchia del Fai lo (nel secolo pas- sato afflitti più volle i ceccanesi da gra- vissime angustie per vedersi nel meglio involata la raccolta dalla furia delle tem- peste, temerono che fosse castigo divino per le scomuniche incorse da'loro ante* nati pe'gravissimi insulti fatti a Bonifacio Vili da alcuni congiurali di loro fami- glie, per cui invocarono e ottennero da Be- nedetto XIV l'assoluzione dalle censure incorse dagli an lenati, e per loro l'aposto- lica benedizione. Piacque al Signore tan- ta fede,e i ceccanesi in appresso si videro li- beri da quel grave e continuato flagello), Giacomo Sciarra Colonna irreconciliabi- le BcmieodelPapa, e Negare t perfido con- sigliere del re, avendo col denaro subor- nato un buon numero di signori della pro- vincia di Frosinone o Campagna, entra- rono nella città a'7 settembre in nume- ro di 3 00 cavalieri con molta fanteria, e spiegate le insegne del re di Francia, co-
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m i n ci a ro n 0 a g r i d a r e : Blu 0 ia il Papa Bo - nifacio}e Viva il re di Francia. Non fu loro difficile d'impadronirsi della città, e in quella sorpresa il popolo,sempre aman- te della novità, si unì loro, e tutt' insie- me si portarono a sforzare il palazzo, ov'e- ra il Cristo del Signore, e mettere su di esso le loro sacrileghe mani. La famiglia del Papa resistè a questo moto empio e violento fino al dopo pranzo. Finalmen- te la gente armata penetrò nel palazzo. Quando Bonifacio Vili intese che le por- te eronostateguadagnate,sidisposea mo- rire da uomo forte. Vestitosi degli abiti pontifìcii, postasi la tiara in capo, presa con una mano la croce ecoll'allra lecita- vi della Chiesa incrociate, si collocò nella sua sede aspettando i nemici. Nogaret e Sciarra Colonna ebbero la temerità di presentarglisi. III. "non altro gli disse se non che dovea condurlo a Lione, acciò ivi in un concilio generale rispondesse al- l'accuse che si producevano contro di lui. Sciarra vomitò varie ingiurie contro di lui e pretese d'indurlo a rinunziare. In- tanto si diede il sacco a) palazzo, e ne fu- rono derubate tutte le ricchezze. Per mi- rabile singoiar provvidenza di Dio in fa- vore del supremo Capo visibile della Chie- sa, compresi gli empi congiurali di cecità, si limitarono di lasciare il Papa com'era vestito, prigione nel suo appartamento con rispettosa guardia, senza trasportar- lo altrove, mentre egli non prese in tal tempo ne cibo, ne sonno. Calmati gli spi- nti degli anagni ni, rientrati in se stessi e conosciuto il loro grave fallo, alla voce del cardinal Luca Fieschi, presero le ar- mi, fugarono i congiurati e liberarono Bo- nifacio Vili. Sciarra con maniere dimes- se inutilmente gli domandò l'assoluzione dalle censure. Bonifacio Vili tornato in Roma(T .) sommamente afflitto, vi morì l'i 1 ottobre. Dopo il brevissimo pontifica- to del successole Benedetto XI, per l'in- fluenza del re Filippo IV fu eletto Papa Clemente V (T7'.), che per compiacerlo fissò la residenza in Francia, e si stabili
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poi in Avignone (/"•)• Chiamali i cardi- nali a Lione (fy.)i a' i/\. novembre vi si fece coronare nella chiesa di s. Giusto, al- la presenza ilei ree fa cardinali, dal car- dinal Napoleone Orsini i ."diacono, colla corona papale, die con gran pompa gii recò da Roma il cardinal Teodorico Ra- nieri, come Camerlengo di s. Chiesa. Il Chiaramonti , Hist. Cernute, lib. 2, p. 445» narra: Annoi3o5 in festo b. Mi- cline lis, Camerarius D. Papae cum co- mitiva maxima transivit per Cesenam deferentc sei uni Coronam, qua coronari (ìehebat idemClemens; et quasi tota. Cu- Ha, exceptis quìbusdam Cardinalibus, cum maximo sudore ivit in F ranci ani. Dappoiché imporla che io qui rilevi, che già la custodia delle sagre suppellettili pontificie era stata riservata al Sagrista del Papa(F.)y tranne la Tiara e il Che- rubino, che restarono in custodia del Te- soriere generale, presiedendo alla con- servazione di tutto quello che formava il tesoro della chiesa romana, l'antico Vt-- stii/rio.Cosn fosse il Cherubino, fovseFla- bellote$e la tiara la custodiva il tesoriere, generale)ox\evo il cubiculario della Fa- miglia pontificia (F.), custode del le gioie e cose preziose, tesoriere domestico e se- greto, si può vedere il voi. LXXIV, p. 270 e 271. Dopo la coronazione, volen- do il Papa con isplendida cavalcata di principi e baroni, olire i cardinali e pre- lati, passare ad altra chiesa, per prender- vi il possesso in luogo e che facesse le ve- ci della basilica Lateranense, come avea praticato s. Celestino V, la funzione re- stò funestata da deplorabili sciagure di molti feriti e morti, per la caduta d' un muro. Il Papa ancora cadde da cavallo e andò per terra la tiara, dalla quale si slac- cò un rubino valutato 6000 fiorini d'o- ro, che non più fu trovoto; e l'avvenuto fu preso per presagio infausto e si veri- ficò, come narra Bernardo di Guido in Chron. Boni. Pont. Lo racconta ancora l'autore della vita di Clemente V, Gio- vanni canonico di s. Vittore di Parigi,
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presso il Muratori, Script, rer. Italie. t. 3, p. 442, Cuj'us la pi de s equum die ti C/ementis Papae percusserunt talitei\ quod equus suus in terram cecidit , et Thiara seti Corona de capite suo, in qua crai unus carbunculus valde prctiosus, et ad sex millia florenorum communi- ter acstimalus, cujus botus, ut dici tur, postea non fuit in. terra inventus. La Chiesa lungamente pianse la strana riso- luzione di Clemente V, per le sue fatali conseguenze; le principali furono Roma propria e vera sede del Papa abbandona- ta; essa e V ftalìa in preda alle fazioni; il grande Scisma d' occidente; la celebra- zione de'famosi Sinodi di Pisa e di Co- stanza, non che del conciliabolo di Basi- lea, da cui derivò l'ultimo antipapa Fe- lice V di Savoia. In un inventario fatto in Avignone neh 3 i4 pfirla morte di Cle- mente V, di cui 3 uniformi originali si conservano nell'archivio Vaticano, si an- novera un regno 0 tiara, che espressamen- te dicesi di 3 corone o cerchi: Iteni Co- ronarli, quae vocatur Regnimi, ami tri- bus Circulis aureis, et multis lapidibus pretiosis. Deficit rubinus pretiosissimus, qui consueti t esse in stimmi tate, et per- la alia. Mancava il rubino , per essersi perduto nella fatale caduta in Lione. Al- tri lo chiamano carbonchio, ch'è sinoni- mo del rubino quando è più acceso; del resto è noto, che oltre i brillanti, la impie- tra preziosa è il rubino, indi lo smeraldo, il zaffiro, l'opale, ec. In questa città fu elet- to il successore Giovanni XXII neh 3 16, ed ivi fu coronato dal cardinal Orsini che quah.° dell' ordine de' diaconi avea pu- re messo la tiara in capo a' predecessori Benedetto XI e Clemente V. Dissi già che nel suo sepolcro esistente nel duo- mo d'Avignone vedesi la statua colla tia- ra in capo, che oltre alla corona inferio- re, ne ha un' altra quasi doppia più in alto. Giovanni XXII fu ih. °a battere il fiorino d'oro ad uso di quello di Firen- ze neh 32?., colla stessa figura del giglio da una parie e di s. Gio. Battista dali'ul-
T II I tra, come praticavano i fiorentini; se non che da un lato in vece di Florentia, vi fece scrivere Sant. Petru.t e dal l'altro in vece del segno o conlromarchio de' zec- chieri, v* impresse una piccola nulra o piuttosto tiara a due corone. Ne riporta il disegno il Vettori, Il fiorino d'oro il- lustrato, nel prezioso museo del quale il Garampi riscontrò tali fiorini colla chia- ra e distinta figura delle due corone sul- la tiara. Neh 334 worì Giovanni XXII, e gli successe il beato Benedetto XII in Avignone, ove nella chiesa de'domenica- ni lo coronò il suddetto cardinal Orsini, al quale lJapa propriamente si attribui- sce l'aggiunta della 3. a corona alla tiara, che perciò prese il nome di triregno, e col quale si vede coronala la sua statua se- polcrale in Avignone. Il Vettori rigettan- do le testimonianze dell' Enschenio, del Papebrochio, dell'Alemanni, del Vitto- relli, che attribuirono a Urbano V l'ag- giunta 3.a corona alla tiara, e confutan- do il roaggiorabbagliodiMontfaucon,che attribuì la 2.' corona a Nicolò IV e la 3." a Bonifacio Vili, dichiara che da Bene- detto XII s'incominciò ad usare la tiara o regno con 3 corone, il quale venne de- nominato Triregno, dopo avere per un tempo osato la tiara con due corone, per le ragioni che adduce, e per quanto al- tro più sopra notai. Il Marangoni poi pre- tese attribuire l'aggiunta della 1* coro- na a Clemente V, ed a Bonifacio IX del i38g la 3.a II Bonanni tratta della que- stione sull'accrescimento del le corone del- la tiara, e dice che alcuni attribuirono a Bonifacio Vili l'aggiunta 3.a corona. che altri assegnano o a Benedetto X 1 1 o a Ur- bano V. Nel i34^ a Benedetto XII suc- cesse in Avignone Clemente VI , che fu coronato nella chiesa de'dornenicani, col- la massima solennità e intervento di prin- cipi: itaque sicut in Aposlolos singulos in illa die prout lingua ignis apparuit, sic hunc summum Pontifìcem per car- bunculum lapidati pretiosum, lucentem ignis ad instargli Tiaraet scu Diadema-
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tis culmine posi lum de scendi sse, seu ap- partasse monstrafur. Leggo nel G aram- pi, chenellemonete di Clemente VI, giu- sta il disegno pubblicato dal Fioravanti, Antiqui denari Ro/n. Pont. p. 64, si ve- de rappresentata sulla tiara una triplice corona; la quale ancor si vede in quelle d'Innocenzo VI che neh 352 gli succes- se. Il Papebrochio, Propylaeo ad Ada ss. Maj'i, p. 4 1 6, riprodusse il disegno del sepolcro di Cleoìente VI, nel quale il suo triregno è con 3 corone. Lo stesso Pape- brochio pubblicò il disegno del monu- mento sepolcrale d'Innocenzo VI a p-4' 7> la cui statua è egualmente colla tiara cir- condata da 3 corone. Morto questo Pa- pa neh 362, gli fu sostituito Urbano V, al quale comunemente fu attribuita l'in- venzione delle 3 corone sulla tiara , ma pel fin qui riferito non pare affatto. In ap- presso poi l' uso delle 3 corone Irovossi già tanto introdotto, che Urbano V nel fare i summenlovati preziosissimi busti per le teste de'ss. Pietro e Paolo, rappre- sentò ih.°col vero triregno. Del resto non »i deve tener conto de' Ritratti de' Papi, che fiorirono innanzi all'introduzione del- la triplice corona, se sono rappresentali col triregno, e con questo viene sovrasta- to il loro stemma, come nel Ciacconio,/7/- tae Ponti ficum , nel Bullarium Ro/na- num , e in altre simili opere. Posterior- mente furono eretti monumenti ed ese- gnile pitture, in cui gli artisti capriccio- samente attribuirono il triregno a Papi ed a stemmi cui non competeva. Di- ce il Garampi, essere necessario avverti- re, che sebbene nelle stampe divulgate si veda il monumento sepolcrale del bealo Gregorio Xcol triregno, fu assicurato che realmente non ha che una sola corona; uè doversi far conto delle medaglie de'Papi del XIN e del XIV secolo, pubblicate con disegni dal Ciacconio, e riferite anche dal Papebrochio, perchè tulle di moderna fattura, come si prova colle medaglie di Bonifacio Vili e di Clemente VI , allu- si ve al giubileo,le quali hanno impressa la
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Porta santa(F.), la quale solo dal i 5oo si cominciò ad aprire, anzi Clemente V I es- sendo in Avignone non poteva farne la fun- zione in Uonia.se ne fosse già stato comin- ciato il rito; né della statua di Bonifacio "Vili, eretta da' bolognesi nelle mura e- sleriori del palazzo pubblico, nella qua- le furono aggiunte le 3 corone, non me- no che l'iscrizione, in tempi assai poste- riori; ne finalmente del monumento se- polcrale d' Urbano III, che esiste nella chiesa di Ferrara, erettogli neli3o5, nel quale sebbene vedasi effigiato il triregno colle chiavi, tale ornamento vi fu aggiun- tone! 1 460, cosa non avvertita né dal Pa- pebrochio, né da altri scrittori delie vi- te de'Papi.
Gregorio XI ebbe la gloria di resti- tuire a Roma stabilmente la pontificia re- sidenza nel 1 377, precaria essendo stata quella del predecessore Urbano V, seb- bene avesse considerato la dignità papale come esiliata al di là de' monti, mentr'e- ra in Avignone, per cui nonavea voluto cavalcare dopo la funzione della corona- zione. Morto Gregorio XI nel 1378, ca- nonicamenteglifu dato in successore Ur- bano VI, che fu coronato e poi con so- lenne processione passò al Laterano, col triregno in capo e su cavallo bianco. Es- sendo quasi tutti i cardinali francesi, do- po pochi mesi sospirando le delizie di Pro- venza e malcontenti d' Urbano VI per- chè con eccessivo zelo severamente ne co- minciava a correggere i costumi, e per-' che voleva che chi era vescovo tornasse alla propria residenza, sul fine di giugno irritati si ritirarono uno dopo l'altro in Allagai, col pretesto de' calori estivi e previa licenza, con Pietro Gros arcivesco- vo d' Ai les e camerlengo di s. Chiesa (poi anticardinale, e perciò parlai di lui ne' voi. Ili, p. 212, VII, p. 75), ma questi seuza permesso, e qual custode del trire- gno e degli altri ornamenti della cappella papale, li portò seco. Avanti di lui i car- dinali ribelli iniquamente protestarono dell'invalidità dell' elezione, onde il ca-
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merlengo audacemente citò Urbano IV come fosse antipapa,e lo deposero del pon- tificato; quindi passando in Fondi a'20 settembre elessero antipapa Clemente V 11 de'eonti di Ginevra (onde ne ripar- lai a Svizzera), e col triregno lo corona- rono nella cattedrale. L'antipapa co'car- dinali si portò in Avignone, e vi stabilì una cattedra di pestilenza, dando prin- cipio al grande scisma d'occidente. Ur- bano VI dopo un burrascoso pontificato morì in Roma nel i38(), e nel Vaticano gli fu data sepoltura. Il Ci acconto ripor- ta il disegno del monumento che gli fu eretto, dove è rimarchevole che nel co- perchio del sepolcro si vede la sua figura giacente colla tiara ornata d'una sola co- rona, mentre nel davanti dell'urna vi so- no due sue armi sovrastate dal triregno e dalle chiavi, e nel mezzo Cristo che gli dà le chiavi, ricevendole il Papa genu- flesso col piviale e col triregno sul capo. Di più nelle basi delle due colonne vi è il simbolo d'Urbano VI, formato da una colomba con triregno sopra e l'epigrafe : In imitate Deus esU M' istruisce però il Gara m pi, che il detto coperchio ov'è la figura del Papa colla tiara d'una soia co- rona, non crede affatto che gli apparten- ga, perchè mezzo palmo più lungo del- l' urna, e perchè la llsonomia del volto della statua giacente è totalmente diver- sa da quella del bassorilievo nella faccia dell'urna col triregno; e questa deve dir- si sicuramente il ritratto d' Urbano VI, sì per l'iscrizione che vi è, sì per l'aquila ch'era il suo stemma gentilizio. L'anti- papa Clemente VII morì neli3c)4 in A- vignone, e gli successe nell'antipapato Be- nedetto XIII ,che fu coronato in tal città, cavalcando per essa con pompa e il trire- gno in capo. Clemente VII con esso fu rappresentato uel suo sepolcro, al modo già detto, anzi sembra col camauro sotto il triregno. Osservai nella serie delle me- daglie pontificie, che molti Papi usarono il camauro sotto il triregno per cuoprire le orecchie. Egli fu profusissirao iti ina-
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gni fiche spese, e per mantenere il suo par- tilo scismatico, mule vuoisi che si ridu- cesse in tal bisogno, sino ad essere co- stretto a dar in pegno per una somma di denaro al cav. de Heredia, il triregno, la mitra preziosa, e tutta la sagra e ricca suppellettile papale, in guisa che non a- vrebbe potuto coronarsi il successore,seil cavaliere non avesse somministrato quam to ero necessario alla funzione. Sostenen- dosi dal falso Benedetto X 1 1 1 lo scisma, e non volendo ne lui, né il legittimo Papa Gregorio XII (auch'egii coronato iti ca- po alle scale di s. Pietro com'era costu- me) rinunziare per terminarlo, nel sino- do di Pisa furono ambedue deposti e in vece eletto Alessandro Vy che poco do- po venendo successo da Giovanni XXIII \ l'unità de'fedeli si trovò divisa fra tre che si trattavano da Papi. Finalmente per e- slinguere sì pernicioso scisma fu convo- cato il concilio di Costanza, pel qualeGre- gorio XI 1 eroicamente nel 1 4 1 5 in Rimi* ni adunato il concistoro, vestilo dell'in- segne papali e col triregno in capo, con- fermò solennemente la rinunzia del pon- tificato, che pel suo procuratore avea fat- to in Costanza, spogliandosi delle dette insegne e deponendo il triregno, vesten- dosi dell'abito cardinalizio, per averlo il concilio creato cardinale e legato della Marca. Recatosi a Recanati sua sede, jri inori di cordoglio neli4»7, e fu sepolto nella cattedrale cogli abili pontificali, co- me leggo nel Qui ri ni, Tiara et Pur pu- ra veneta p. 3. Nel concilio vi fu deposto Giovanni XXI ll,cbe da Costanza era fug- gilo nella Svizzera } onde fu tolta dalle sue stanze di Raloyall nel cantone di Turgo* via la Croce pontificale, e gli si ritirò VA' nello pisea torio o Sigillo poti tificio, spo- gliandosi egli del Manto pontificale{V ). L'antipapa Benedetto XIII fu deposto e scomunicato per la sua ostinazione,dichia- ratoinfrattore pertinace dell'articolo di fe- de U nani sane tamEeelesiam. Indi l'i i novembre 1417 in Costanza venne eletlo sommoPonlefice filar tino V, che fu coro-
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nato nella cattedrale solennemente,da do- ve con maestosa cavalcala e pompa trion- fale, col triregno in capo si recò per la città sino alla chiesa di s. Agostino. i»ij- catosi poi a Firenze, l'exGiovanni XXI il foggi dalla prigione e corse a buttarsi a' piedi di Martino V,che lo creò cardinale; ma dopo 6 mesi, uou senza gloria più <hd ceduto che del goduto pontificato, vi la- sciò l'umana spoglia. Deposto nella chie- sa di s. Giovanni coll'iscrizione: Ili e re- quie'scit corpus Balthassaris Cossa an- tea Papae Johannis XXI li; tali paro- le Martino V voleva che si togliessero, ma non fu ubbidito. L'antipapa che da Per- pigliano erasi ritiralo presso Tortosa a Paniscola (V.), quivi morì nello scisma nel i424 c',ca) ordinando a 'suoi due su- perstiti anticardinali di procedere all'e- lezione del successore, che a* io giugno i4*25 nominarono l' antipapa Clemente. Vili) il quale fu coronato a'i 7. Martino V ne procurò la rinunzia, per estinguere le reliquie dello scisma, a mezzo del lega- to cardinal de Foix,e la ottenne a'26 lu- glio, ovvero a' i4 o 1 6 agosto 1429 solen- nemente nel palazzo del maestro dell'or- dine militare di Monlesa, presso s. Matteo, terra contigua a Paniscola. Vestito del- l'insegne pontificie, si assise tra due an- licardinali nella sedia papale col triregno in capo, creò anlicardinale FrancescoRo- vera; ciò fatto si spogliò del triregno q delle vesti papali, ad alta voce abdicò al mal fondalo papato, e riconobbe Marti- no V, il quale lo fece vescovo di Maior- ca. Narra il Bonanni, citando il Vasari, cheMartino V fece fare da Lorenzo Ghi- berti insigne artefice (scultore, pittore e orefice), un triregno d'oro, il di cui peso fu di 1 5 libbre, oltre libbre 5 e mezza di perle, del valore di 3 0,000 scudi. Riscon- trato il Vasari, trovo invece che Giober- ti fece a Martino V un bottone d'oro o Formale (V.) pel piviale, con figure ton- de di rilievo, e fra esse gioie di grandissi- mo prezzo, lavoro molto eccellente. E co- sì una mitra meravigliosissima di foglia-
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mi d'oro traforati, e fra essi molle figure piccole tulle tonde, che furono tenute bel- lissime; e ne acquistò, oltre maggiore ri- nomanza, grande ni ile dalla liberalità del Papa, 11 Bonanni rifletta con Paschale. Traci, de coroni* Kb. 7,cap. 5y,che ciò non deve stimarsi pompa inutile e super- flua nel Papa, ma cosa ragionevole, men- tre che liegnum (liristi, auòda Ponti- /icc guBernatur in tetris Vicaria potè* state, superemineat omnia regna. E se nell'antico sacerdozio volle Dio che ap- parisse la maestà, con prescrivergli la mi- tra ornata d'oro e di gioie, molto più con- viene al Pontefice romano Vicario di Dio in terra. Il Bulengero lodando la mode- stia di s. Silvestro I nel ricusare la coro- na offertagli da Costantino I, la quale co- munemente è riferito che fosse d'oro e ornala di gioie, prudentemente aggiunse nel cap. 4» de / esiis sacris, che jure o- blatam potuti acciperet cum legitìme s urn ini Dei Pontifici justius, quampro- phanis Sacerdotibus debere tur, Sacer- dote s enim ethnieorum corona aurea a- sus fuisse historiac perhibent. Afferma Ateneo, che i sacerdoti d'Ercole furono coronati, corona laurea ex auro; e di Giulio Cesare si sa, che per essere Ponte- fice massimo sibi corona m auream sum- psit, et diadema, cum Antoiàus adfer- ret repudiavit, essendo allora il diade- ma una fascia di lino,con cui si cingeva il capo. Che però conelude lo stesso Bulen-, gero: Et vwo quis ade.o sit iniquus re- rum aestima tor,ut honorem quiDeorum manium Sacerdotibus tributile sit veri Dei stimmi Sacerdoti tribuendum ne- get? Frattanto Martino V in conseguen- za del convenuto a Costanza fece convo»- care a Basilea nella Svizzera un altro concilio, il quale sotto il di lui sticcesso- re Eugenio IV divenne conciliabolo, enei 1439 elesse antipapa Felice P già duca di Savoia (T/.)ì onde colla sua potenza sostenesse tale falsa dignità e con essa lo scisma, il quale neh 44° fu dal cardinal Lodovico Alemand arcivescovo d'Arles
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regno valutato dal Piccolomini, poi Pio 11, Epist, ad Joan. de Segov.y 3o,ooo scudi d'oro, per le preziose gemme di cui era doviziosamente fornito. Eugenio VV avendo opposto allo scisma di Basilea il concilio generale di Ferrara, questo tra- sferì poi a Firenze, ove avendo veduto le opere del Ghiberti, gli fece fare una mi- tra d'oro dii 5 libbre con perle del peso di libbre 5 e mezza, le quali gioie in essa legale furono stimate 3o,ooo ducali d'o- ro. Dice Vasari, ch'era n vi 6 perle, come nocciuole avellane, il tutto di superbo e mai veduto disegno, colle più belle biz- zarrie di legami nelle gioie e nella varie- tà di molti putti e figure che servivano a molli vari e graziosi ornamenti; della quale opera l'artefice ricevè, oltre il pa- gamento, grazie e fa voti dal Papa. Se que- sta mitra o altra, o il triregno, Eugenio I V impegnò a'fìorentini per 40,000 scu- di, non saprei stabilirlo; certo è che l'ero- gazione di tal somma il zelante Papa l'im- piegò per compensare a' viaggi de' greci da lui invitati al concilio, per l'unione di loro chiesa colla latina. Il legalo cardinal de Foix dopo 1' abdicazione del pseudo Clemente Vili, ricuperò il triregno che usarono i 7 Papi che risiederono in Avi- gnone e gli antipapi che ne profanarono la sede, insieme al regno di S.Silvestro I ornato di 3 corone d'oro una sopra l'al- tra, varie insigni reliquie, fra le quali par- te della vera Croce, ricchi paramenti pa- pali e un gran numero di registri pon- tificii degli antichi privilegi della chiesa romana, e gl'istrumenti dell'i nfeudazio- ni delle due Sicilie, il tutto trasportato da Benedetto XIII in Paniscola, e dal car- dinale inviato a Roma come ricordai ne' voi. II, p. 2 1 i, III, p. 237. UNovaes dice che il triregno usato da'Papi in Avigno- ne, riportato in Roma, fu mandato da Eugenio IV alla basilica Lateranense, co- me si ha dal diarista Infessura. » A' 12 febbraio 1 447 '1 ^aI)a processionalmenta mandò a s. Gio. in La tara no il regno di
T R l I. Silvestro I, cioè 3 corone d'oro, l'ima sopra l'altra, la quale donò Costantino a detto santo, e il detto regno venne da A.- vignone, dov'era stato portato." Altret- tanto registrò il diarista Filippo Moro- ne. Il Platina invece scrisse, che lo stesso Eugenio IV con gran divozione portò il regno o mitra di s. Silvestro I (se si ani- met le che fu quella attribuita a Costan- tino I con una corona, convien dire che le altre vi furono aggiunte dipoi, se real- mente ne fu ornalo quel regno; il Bona li- ni poi dichiara interamente falso che tal mitra fosse ricca di 3 corone). Rimarca il Novaes nella Storia d'Eugenio IF, che di questa mitra dubitano molti critici; e della traslazione eseguita dal Papa ne du- bita ancor lui, come dicendosi fatta in tempo nel quale Eugenio IV era grave- mente infermo, e mori a' 2 3 febbraio, malattia che secondo Vittorelli durò 1 6 giorni. Pertanto il Novaes ritiene più pro- babile, che la mitra con altre reliquie si portassero da'cardinali e prelati in pro- cessione da s. Marco a s. Gio. in Latera- no per ottenere da Dio la guarigione del Papa infermo, come si ricava da' Com- mentari di Pio II, lib. 2. Dopoio giorni di sede vacante fu eletto Papa Nicolò V, restando deluse le speranze concepite dal- l'antipapa, d'essere riconosciuto dal sa- gro collegio. Secondo il solito fu corona- to su'gradini della basilica Vaticana e col regno di s. Silvestro I, come attesta il p. Gallico, Acta caeremonialia i>.io5.Ye- dendo Felice V che tulli i principi cristia- ni ubbidivano a Nicolò V, convenne alla rinunzia del pontificato nel 1 449>e »lPnpa perchè non vivesse senza dignità lo creò cardinale,e gli concesse alcun'insegne pon- tificie: tra quelle da lui eccettuate non leg- go inNovaes e in altri il triregno, ma si deve naturalmente iutendere, perchè giammai i Papi ne concessero l'uso a veruno, anzi lo vietarono come dirò; sola eccezione fu il patriarca di Gerusalemme quando era legato della s. Sede, e Io notai a Mitra, prò j) ter honorem locorum. 11 suo corpo
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fu sepolto in Ripaglia, e poi trasferito nel- la cappella della ss. Sindone, propinqua alla metropolitana di Torino, nel qual ar- ticolo mollo riparlando di lui, descrissi il magnifico monumento erettogli da re Carlo Alberto, forse con qualche allusione nell'iscrizione al dimesso autipontificato. A Mitra e a Benevento già narrai come Paolo II represse l'orgoglio di quegli ar- civescovi che fino dal secolo XII usavano il Camauro triregnale o Regno, e dal secolo XI V la Mitra con 3 corone, come
10 chiama il cardinal Boi già, Memorie <:/£ Benevento 1. 1 , p. 3 1 5 e 327, dicendo che gli arcivescovi di Benevento, oltre l' uso della tiara papale,a poco a poco assunsero tutte le altre insegne sacerdotali del Pa- pa, tranne il Fanone (V.). Prima di lui ne trattò il vescovo Sarnelli nelle Memo- rie degli arcivescovi di Benevento. Que- sti riferisce, che l'arcivescovo Ugone Gui- dardi nel suo concilio proviucialedeh374 dichiarò, che la sua chiesa Beneventana, ma Jori, digniori, et praecellenti regno, sive mitra, admodum summi Pontifici? utimur, quod hic Camaurum vocatur,
11 Sarnelli dice quindi, che il regno era con una sola corona e l'aurifrigio, e l'u- savanogli arcivescovi di Benevento a gui- sa de'Papi. Che quindi Paolo II nel 1 ^66 vietò l'uso di tal camauro a tre corone e di farsi portarcavanli la ss. Eucaristia nella visita della provincia ecclesiastica, come costumavano iPapine'lunghi/7<r/£ g7, essendo arcivescovo Nicolò Piccolomi- ui. Dice inoltre che Sisto IV nel i47^j secondo 1' Ughelli, tolse all' arcivescovo Corrado Capece e successori il privilegio di farsi precedere dalla ss. Eucaristia nel- le visite, e di usare il regno o sia camau- ro; ma che il Vipera sostiene che gli fu confermato l'uso del camauro e di bolla- re in piombo. Spiega il Sarnelli la proi- bizione, che la tiara non fosse a 3 corone, come riferisce Rinaldi, essendo stata sem- pre di una, com'era quella dell'arcive- scovo Massimiliano Palombara del 1 5y4» che mandò a Roma per (aria rialtare, per
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cui ernie che sino n tale anno ne durò l'o- so : quest'arcivescovo nel iSjG aprì la Porla stinta (1 '.) dì sua metropolitana. Più ( hiaro e piò sicuro è il cardioa! Bor- gia. Questi ritiene, che gli arcivescovi di Benevento alla loro tiai a aggiunsero 3 co- rone, nello stesso tempo che ciò fecero i l'api: ma che avendo Paolo II ripreso l'u- so annuale e frequente del triregno, al- quanto andato in disuso, perchè i Papi l'adopravano ormai nella sola coronazio- ne, come già rilevai, avendo riconosciu- to negli arcivescovi l'uso del triregno una antica usurpazione, lo proibì sotto gravi pene,non meno al Piccolomini,che a'suoi successori, con bolla citala dal Rinaldi. E perchè l'arcivescovo cardinal Giacomo Savelli avea usato più volte il camauro o mitra triregnale o regnale, sebbene ne ignorasse il divieto di Paolo 11, nel i 56g s. Pio V col moto-proprio Duduni si qui- (leni) riportato dal Borgia, ne riunovò la proibizione, assolveudo il cardinale dalle pene incorse. Non solo Paolo li ristabilì l'annuale uso del triregno, ma ne fece fa- re uno preziosissimo con 3 corone. Il car- dinal Egidio Canisio, tlistor. XX sae- culor.y scrivendo di Paolo II del i4^4> dice: Incredibili predo emit, sacravit- t/uc mi tram maximam, insolito pretio- sissimarum gemmar uni pondere exple- i'it, (pia ornalus cimi prodiret, oculos omnium luce radiisque feriebat. Vocari coepta est maxima illa mitra Regnimi* Verissimo che lo splendido e magnifico Paolo li formò un ricchissimo triregno, non però ch'egli peli. Tornasse con gioie, e che a suo tempo la tiara cominciò a chiamarsi Regno, denominazione coeva al principio della tiara stessa; mentre di ciòedell'antichitàdellegemme colle qua- li si fregiavano la tiara e il triregno, si- cure testimonianze ne riferii piùsopra.Di tali abbagli del cardinal Canisio ne fece- ro la rettificazione il Bonanni e il Novaes. Che Paolo li abbellì vagamente il trire- gno e Tornò di preziosissime gioie, ricer- cale con particola!' diligenza per tutto il
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mondo, ne fa fede anche il cardinal Aro- mannettdi Pavia, suo contemporaneo, di cui scrisse in Commentar. Iti). 2: Porro autem gemmis, laptHisque admodum de Ice tal tis conquisi tisund/'quepre tìosis- simis mitrani^quac tribù* edueta coro* nis, Regno appellatili', atque a Ponti fi- cibus multis ante saeculìs desila e rat gestori, novam conferì t (stimata del va- lore di 200,000 scudi, come scrive il Ca- nesio, i/i Vita Paulill, presso Murato- ri, Scriptor. rer. Ital., e poi pubblicata dal Quirini nella Tiara et Purpura ve- neta) atque adhibuit. Anzi essendo Pao- lo 11, come dissi, grandioso e magnanimo in lolle le sue cose, nell'apparato ponti- ficio superò tulli i suoi predecessori, co- me afferma in Vita Pauli II il Ciacco- nio: Coemlis undìque,ac magnis preti ist adamanlis^apphirisjsmaragdis^ryso- lithisyjaspidibus, unionibus,et quidquid gemmarum in predo est, per fare la di- scorsa tiara. E non potendo egli reggere all'enorme peso di quesla,un'altra ne fece fare più leggera del valore di se. 1 80,000, come attesta il citato Canesio. Tiaram, quani Mitram appellamus, tam ingen- ti àuri, gemmar umq uè elee lissimar uni sumptu,ac splendore confeci t,utomnium antecessorum Pontifieum industria ni ,et impensam evicerit. De hineprimae Tia- rae pondero sitate gravatus, alter ani ge- statu leviorem, capitique aptiorem fe- di.... uti^o milia aureorum preti uni adjudicatumfueritMCanceU'ievì ne Pos- sessi, dopo aver ricordato i due prezio- sissimi triregni fatti da Paolo II, diceche nella Dissertazione sopra Mincio Felle- trano,ne\ Giornale di Pagliariui,si par- la de'triregni e delle corone papali, e si narra che Sisto IV, immediato successo- re di Paolo II, non curando di portar le gemme di cui tanto quello si pregiava, ordinò che si vendessero tutte, come in parie fu eseguito, benché il denaro da es- so ritratto non servisse a pagare i debiti falli da'suoi antecessori Eugenio IV, Ni- colò V, Calisto 111, Pio II e Paolo II, co-
TRI ree avea fallo credere. Dal diarista Mo- rone e dal notaio Nautiporto (del quale nome e vocabolo ne feci spiegazione nel voi. LXXV, p. 279) fu registrato. »> A* 2 3 novembre 1 4^4 s'avvidero i canonici ed altri preti di s. Gio. Laterano, ch'era stato rubato il regno di s. Silvestro, e de' calici d'oro massiccio, mandativi l'uno da Lodovico XI redi Francia, e da Ferdi- nando I re di Napoli l'altro, e per que- sto furono pigliati messer Belardino da Stia moscia eTomao della Palma, e me- nati in Tordi Nona". Tale tiara di s. Sil- vestro I non fu più trovata, né si potè mai scuoprire l'autore del furto, come ri- leva il cardinal Raspoui, De Basìlica et Patriarchio Latcranensi. Ciò avvenne nel pontificato d'Innocenzo Vili, il qua- le per difendere il dominio temporale del- la Chiesa, non essendo sufficiente l'era- rio pontificio, impegnò a diversi mercanti di Roma il triregno, con molte altre gioie, vasi d'oro e d'argento, per la somma di \ 00,000 ducati d'oro. Appena Giulio II fu sublimato al pontificato ili.°novem- brei5o3,fece fare un nuovo triregno ca- rico di gioie preziose e del peso di 7 lib- bre, e l'usò per la i.a volta a'26 quando fu coronato Regno pulchro, o almeno a' 5 dicembre nel possesso che prese con so- lenne cavalcata dal Vaticano al Latera- no, avendo pel indivise le due funzioni; poiché leggo nel Cancellieri, nella rela- zione scritta dal Burcardo. SS. D. N. in camera sua accepit sandalia, in came- ra Papagalli amictum, albani, chiro- thecas, crucem pectoralem, stolam al- batn, pluviale pretiosum album Inno- centii Pili, et Regnimi novum, quod Sanctitas Sua fieri fecit pondere li- bramai septem, vel circa de gemmis pre- tiosis. No lui t capere fanonem, ncque tu- nicellami ac dalmaticamyet planetam, ncque manipuluni, ncque pallium, asse- re nst Papam illa portare quando ce- lebratj non advcrtens, liane processio- neni esse siugularcni (e veniva precedu- ta anco dalla ss. Eucaristia) t illis pa-
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ramentis ordinatami t alteri in pluvia- libus caeremonias hodiernas non con' venire. Nolui lumen Sanctitati Suae prò sua quiete replicare. Ho voluto ri- portare questo brano, per indicare quali vesti indossava il Papa col triregno,quan- do prendeva possesso co' paramenti sa- gri, e quali volle usare Giulio II, ad onta delle rimostranze del ceremoniere. Non ostante il peso di questo triregno, sappia- mo dal Platina che Giulio 11 lo portava in tutte le solennità. Tale triregno fu l'u- nico che rimase dopo il sacco di Borbone nel 1 52 7. Agostino IV Chigi detto il Ma- gno, si dice nell' Istoria de* 'Chigi Augu- sti di Giuseppe Buonafede agostiniano, Venezia 1660, che a Giulio II improntò 4o,ooo scudi d'oro senza alcun interesse, da cui ebbe per pegno di sicura restitu- zione quella mitra o triregno pontificio, che da Paolo II fu ricolmo di ricchissime gioie, chiamato il Regno j che poi per su- bitanea ira, cui andava soggetto quel gran Pontefice d'alti spiriti e vasta mente, vio- lentemente gli ritolse, non senza biasimo della corte: ma dopo la morte del Papa, tosto fu restituito il triregno ad Agosti- no dal sagro collegio, e non molto dopo venne rimborsato del denaro suo dato a Giulio II. Il successore di questi fu Leo- ne X eletto 1' 1 1 marzoi5i3, che a' i5 venue ordinato sacerdote, a' 1 7 consagra- to vescovo ea'19 coronato , indi prese possesso l'i 1 aprile. Egli avendo la testa molto grossa, per non aggravarla con tri- regno carico di gioie, che perciò dovea es- sere grandioso, ne fece fare altro di nuo- va specie e l'usò nel possesso, di 1 ui scris- se Paride de Grassis, Sacra Processuali ad Lateranum, presso il p. Gattico, Ada caeremonalia, p. 384 : levissimum, a- lioquin ditissimum et speclabile. Giunto innanzi la portadeMa basilica Laleranen- se, discese Leone Xdal cavallo: Deposi- to Regno novi ter facto ex pennis pavo- num, et cooperto cum tabino aureo, et tribus aureolis circumdantibus, et gem- mis, osculatus est Crucem, aspersus, et
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inccnsalus est. Deinde accenta mitra preliosa sedit in Sale dia apud portimi Ecclesia^ Questo triregno fu lavorato con singolare: artifizio, e ornato di gem- me e oro dal celebre Caradosso, il qua- le fece inoltre a Giulio II il superbo suo Formale (1 \). Narrai a Feltre e a Tar- ragona che nel i522 eletto Adriano VI assente da Roma e dimorante in Vitto- ria nella Spagna, o\'vriì governatore ge- nerale e vescovo di Torto.sa (fr,)t il sa- gro collegio a mezzo del vescovo di Fel- tre Campeggi, gli mandò il triregno pon- tifìcio. Giunto poi il Papa da Ostia alla basilica di s. Paolo, si disputò nella cor- te se egli dovesse entrare in Roma già co- ronato; ma prevalse il sentimento d'os- servare per tale solennità il rito antico, per cui fatto il suo Ingresso solenne in Roma a'29 agosto, indi a'"3 1 fu corona- to dal cardinal Coi naroi. "diacono sulle scale della basilica Vaticana, avanti le sue porte sul solito alto tavolato che magni- ficamenleaddobbato appositamente s'in- nalzava : tale tavolalo o palco trovo nel p. Gallico che si chiama Suggestiva su- per scalas basilicac Vatieanae; pulpi- to seu lodia benedictionum in platea, s. Petri. Per questa solennità fu coniata una medaglia esprimente la coronazione d'A- driano VI ,xosì descritta dal Venuti, Nu- iiiism. Rom. Pontif.a p. 4°: Admanvs II Pont. Max. effìgie s Pontificis eum Pi ho lo, et Tigil lo, Co no NAT. Ponlifex^ sub perpulchra porticu a duobus cardi- nolibus coronatus, elcuslodibiis circum- dalus. Praesens numisma elegantissi- mis quibuscjuc comparandum Corona- liontm de si gna t Pontificis a card, dia- cono peracta sub umbella in magnifica porticu coram purpuratis patribus, mi- litia, et populo ob suum adventum lae- tantibus. Moltissime furono le Medaglie pontificie coniate per memoria dell'im- posizione del triregno , azione che fu e- spressa anco in diversi Sepolcri de3 roma- ni Pontefici, con marmorei bassorilievi. Durante il conclave per morte d' Adria-
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no VI, riporta il p. Gallico, Acta eoe- remonialìa,yì. 322. Die dominica i5 o- ctobris i523, diedi m'issa fnit scruti- nium. Vinccntius Pimpinella missus ex- tra Conclave, et ima cimi quibusdom praelatis, et clerieis camerae caperent Tliiaram, et Mi tram pretiosam papa- leni ad effectum Ulani impignorandi, et sic porta tae fneruiit, et inde reversus in Conclave. Dello stato deplorabile in cui Adriano VI trovò l'erario papale, parlai nel voi. LXXIV, p. 287, dicendo pure che alla sua morte nel medesimo lasciò appena 3ooo scudi. Al virtuoso Adriano VI, in tempi deplorabili successe l'i nfiu- sto pontificalo di Clemente VII Medici, della celebre famiglia che signoreggiò la bella Toscana, uel quale articolo anco- ra ragionai delle clamorose vicende che resero memorabile la sua epoca. Quanto precedette, accompagnò e seguì il tremen- do sacco dell'alma Roma,a quest'ai lieo- Io ed a tutti i relativi lo narrai e deplo- rai; ed altamente riprovare lo dovè in pubblico e genuflesso a'piedi di Clemen- te VII, lo stesso imperatore e re di Spa- gna (V.) Carlo V, nel cui nome crudel- mente si operò, benché porli quello odia- to di Saccodi Borbone, il che notai anco- ra nel voi. LXX, p. 48 e 4g- Qui ana- logamente all'argomento dirò solo, che il politico Clemente VII vedendo impri- gionato Francesco I redi Francia, dalle vittoriose armi di Carlo V, e la potenza di questi vieppiù, ingigantire formidabile, l'i 1 giugno 1 526 entrò nella famosa le- ga formata contro di lui a Cognac. Que- sta lega irritò talmente Carlo V, che im- mantinentedichiarò guerra al Papa, e pe' primi nedierono principio in Roma i po- tenti e prepolenti Colonna, favoriti da U- go Moncada viceré di Napoli per Carlo V,alla testa di forte esercilo.A'20 settem- bre sorpresero la Città leonina (V.), die comprende il Vaticano ove abitava Cle- mente VII, non senza cospirare alla vio- lenta sua morte, per quindi colle armi co- stringere i cardinali a sostituirgli Tarn-
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bizioso cardinal Pompeo Colonna. Per- venuti i nemici nel palazzo apostolico, es- sendovi ancora dentro Clemente VII, il quale invano cercando difesa e aiuto, in- dittando ormai a morite nella sua sedia, si preparava, come già avea fatto Boni- facio Vili nell'insulto di Sciarra Colon- na,sebbenecon infelice esito, a collocarsi coll'abito e cogli ornamenti pontificii, io uno al triregno in capo, nella sedia pon- tificale; ma rimosso con difficoltà grande da questo proposito da'cardinali,ch'essen« dogli intorno lo scongiuravano a muover- si se non per se, almeno per la salute di quella sedia, e perchè nella persona del suo Vicario non fosse sì scelleratamente offeso l'onore di Dio, si ritirò con alcuni di ioroede'suoi più confidenti nel Castel s. Angelo pel corridoio di comunicazio- ne a oreiy, e m temP° cne già furiosa- mente si saccheggiavano il palazzo, e le cose e ornamenti sagri della contigua ba- silica Vaticana, non che circa la 3.a parte del Borgo Nuovo. Sedato poi il tumulto, ii Papa premurosamente chiamò in Ca- stello nella sera d. Ugo inviandogli stati- chi in casa Colonna. Ad onta della ripu- gnanza de Colonnesi, vi andò d. Ugo, e gli portò la mitra pontificale preziosa e un pastorale rubati la mattina da 'soldati, e conclusero una tregua, nonostante i re- clami de' Colon itesi, ludi Clemente VII ri- cevendo promesse di sostegno da' re di Francia e d'Inghilterra, e sdegnato con- tro i Colonnesi ribelli , rivolse contro le loro terre le forze che avea chiamato in Roma a sua sicurezza, non volendoli com- prendere nel forzato accordo, e privando del cardinalato Poni peo.lntantoCarlo du- ca di Borbone agli stipendi di Carlo V, marciò con un esercito raccogliticcio e nel- la più parte di luterani su Roma nel 1527, onde soddisfarlo colle prede,non avendo denaro per pagarlo. Per evitare Clemen- te VII il pericolo, convenne ad altra tre- gua ammettendovi iColonuesi,che di mal cuore dovè assolvere dalla scomunica e reintegrare Pompeo della dignità cardi-
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nalizia ; quindi incautamente liceuziò la maggior parte delle truppe assoldate. li Borbone però non aderì alla tregua e pro- seguì la sua marcia sull'infelice Roma, e 1' assaltò a'6 maggio: vi restò ucciso nel salire le mura, ma l'esercito entrato fu- riosamente nella città , per due mesi vi commise quel saccheggio e feroci crudeltà, che tuttora non si rammentano senza or- rore. Clemente VII rifugiatosi in Castel s. Angelo vi restò assediato. Era vi pure il celebre orafo e scultore Benvenuto Cel- imi, facendovi da valente bombardiere, il quale chiamato in sua camera dal Pa- pa, e rinchiusi col francese Cavalierino servo intimissimo e di gran fiducia del Papa, gli fece guastare dall'oro due tri- regni, le mitre, gli anelli e tuttala quanti- tà di gioie della camera apostolica. In uno de'triregni era un diamante di colore in carnato nettissimo e limpidissimo, ed in tal guisa brillava e splendeva che pare- va una stella, ed appresso di lui perdeva di vaghezza ogni altro diamante. Slegate le gemme, Celimi le involse ciascuna in poca carta, e le cucì e trapuntò col Ca- valierino in certe falde addosso al Papa e al medesimo Cavalierino; e poscia l'oro ricavato ascendendo a circa 200 libbre, il Celliui segretamente lo fuse e consegnò a Clemente VII. Non avendolo il Cava- lierino compensato, il Celliui si appropriò l'oro cavato dalle ceneri del valore dii 5o ducati, per cui poi ne domaudòe otten- ne l' assoluzione dal Papa. Intanto erasi trattata e conclusa a dure condizioni 1 1 pace, ed era stabilito il 9 dicembre per la liberazione del Papa; ma egli diffidan- do sempre de'suoi nemici, la notte pre- cedente col Cavalierino, le gioie e l'oro fuggì travestito da mercante o da orto- lano in Orvieto. Tranquillate le cose, e tornato il Papa ali» sua sede, pare che da certo Micheletto facesse rifare i due trire- gni, colle gioie degli antichi guastati, ma non se ne ha sicura cognizione. Dipoi Cel lini fu accusato a Paolo III di possedere 80,000 ducati e la maggior parte in gioie
T U ! rubale alla Chiesa in Castel s. Angelo, ove iii posto in eaiv.ere e nel Fuggirne si i -lip- pe una gamba. Nel pontificato stesso tli Paolo III e nel 1 544 ^u scoperto vicino all'altare del tempio di s. Petronilla ora basilica Vaticana, nel demolire il mede- simo, il sepolcro delle i\i\e figlie di Si- licone e di Serena, Maria e Termanzia, spose consecutive dell'imperatore Ono- rio, che similmente ebbe il suo sepolcro vicino a quoto. Vi fu trovatoli corpo del- l' imperatrice Maria vestilo d'una veste d'oro tirato, che fusa pesò 4o libbre, ol- ire i5o anelli, vasetti di pietre preziose e una gran copia di gioie e di perle, die furono impiegate da Paolo III nel forma- re un ricchissimo triregno. Era il mondo muliebre dell'imperatrice, con cui, secon- do l'antico costume, fu fatta seppellire dal suo amantissimo consorte, che l'avea in- consolabilmente perduta appena sposata. Fra le altre cose pregevoli ivi trovate e- ravi una laminetta d'oro, in cui erano in- cisi i nomi di quegli Angeli, di cui par- lai nel voi. XVII, p. 166,167,168. Alcu- ne perle grossissi me il tempo le avea gua- state, e si sfogliavano come le cipolle. I gigli fàrnesiani che circondavano questo triregno, e stemma di Paolo 111, erano mirabilmente formati da tanti zaffiri o- 1 ientali, tagliali appositamente. Siccome Paolo III era gibboso e colla testa curva, il bizzarro BenvenutoCellini, avendo bia- simato che il triregno gli piangeva in lev sia e che pareva un uomo vestito di pa- glia, perde la grazia di Paolo III. S'igno- ra se Paolo IV redimesse il triregno la- sciato in pegno a certi mercanti in tem- po di sede vacante, come ricavasi da que- sto pauso, riportato ne* Possessi dm Can- cellieri. Paulus IV i3uov.i555. Coro- nata ponti fìciam preliosam, Regnimi min- cupalam, quam nominili mercatores de Olgiale, et Ubaldinis ex causa certi con- Iractus cimi eis per collegium cardina- lium sede vacante farti in pignus habitat, Tliornae de Maritai consigliati promisit. Gregorio Xlll arriccia il triregno di Giù-
T I I Ho II di un nuovo ornamento: fece col- locare in cima della tiara un grossissimo smeraldo di carati 4<>4 e mezzo, che for- mava la base alla croce di diamanti, e in- torno ad esso erano incise le parole: Gre- gari us X1IL P. O. Al Sebbene il No- vaes nella Storia dì Sisto V c\ dice che il suo triregno superava in beltà e valo- re quelli de' predecessori, non mi riuscì trovarne altra notizia. 11 triregno fatto da Clemente VI II, così lo degl'i sseGio. Paolo Mucanzio, nel Diario del suo viaggio a Ferrara. Anno 1 5oy8 die x maji dominic. Pentecoste*, paratus fuit Ponlfex soli- tis paramenti s, et cum pluviali rubro no- vo, et Tiara, seti Regno prelioso, de no- vo ab ipso SS. D. N. facto, inargaritisì et lapidi bus preliosis ornato, et valde con- spiato, valoris, ut ajunt, ultra 3oo mil- liiun aureorum , quod hac die primuni porlavit. Sedquuni csset ni/nis angustimi in apertura,non potuit illud diufitts f-rrej sedne sibi a capile caderci, vlx illud por- lavil usque ad altare ss. Sacrata, ubi eo deposito, fida oratione, aliud pretiosis- simuni Julii PP. Il accepit et porlavit tani in eundo ad Cappellani, qua ni re- denudo ab ea. Anche il magnifico Urba- no Vili fece un prezioso e ricco triregno, di cui vado a parlare dicendo come lo fe- ce rilegare Pio VI, altrettanto avendo pra- ticato co'triregni di Giulio II, Paolo III e Clemente Vili , giacché dopo il sacco di Roma non più esistevano que' di Bo- nifacio Vili, Paolo li e Leone X. Dirò prima, che mentre nel 1 712 il principe Federico Augusto di Sassonia (V.) s'i» struiva in Bologna per abiurar gli errori di Lutero, per frastornarne il lodevole proponi mento, alcuni principi protestanti minacciando 1' invasione della Sassonia, Clemente XI che tante preghiere a Dio avea fatte per la salute eterna del prin- cipe, scrisse al di lui padre Augusto li re di Polonia ed elettore di Sassonia, asp- irandolo non solo de'suoi caldi uffizi co' sovrani cattolici, ma anchedi soccorsi pe- cuniari, disposto perciò a vendere gli ir-
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redi sagri più preziosi e l'istesso triregno, StJbsse bisognato, per rintuzzar la violen- za de'nemici. Un zelo così generoso, Dio compensò colla desiderata conversione del principe al cattolicisoio. Mentre la s. Sade possedeva i memorali 4 triregni, il Papa Pio VI, che in magnificenza e grandezza d'animo non la cedeva ad alcuno de'suoi piìi splendidi predecessori, per maestre decoro delle pontificie funzioni, dal gio- ielliere pontificio Carlo Sartori li fece ri- legare di nuovo, e quell'eccellente arti- sta ne die la minuta descrizione a Fran- cesco Cancellieri, il quale la pubblicò in Roma prima nel i 788 nella Descrizione de' tre Pontificali, cioè le descrizioni de' triregni rinnovati di Giulio li e Clemente Vili; nel 1790 nella 3. a parte della De- scrizione delle cappelle pontificie, le de- scrizioni de't riregni rimodernali di Giu- lio II e Urbano V III; e nel 1 3 1 4- ne^a 2«8 edizione della Descrizione de' tre Ponti- Jicali, le descrizioni di tutti e 4 « trire- gni. Queste descrizioni furono riprodotte dal Novaes nel t. 2 delle Dissertazioni d'introduzione alle vite de9 sommi Pon- tefici, dissert. 5.a Della solenne corona- zione de' Pontefici j e dal Ba Massari nella Relazione delle avversità e patimenti di Pio li, t. 2, lib. 3. Di tutti mi gioverò senza replicare il già riferito. lli.° trire- gno di Giulio li nel 1789 fu rilegato con un vaghissimo disegno. Conteneva 3 dia- manti di rara grossezza e 36 fra mezza- ni e piccoli , 24 balasci grossi assai del Mogol, 22 zaflìri orientali grossissimi, it\. smeraldi, 12 rubini mezzani e 2 piccio- lissimijoltre una gran quantità di perle o- rientali e scaramazze, molte perle grosse a gocciola, ed altre tonde, e i 6 cordoni dellefasciedi perle orientali grosse ed una tonda grossissima. Nella fascia da piedi si leggeva il nome di Pio VI, che lo fece ri- legare con copioso accrescimento di pie- tre preziose, formato con lettere di dia- manti tagliati a tale effetto, in questo mo- do : Ex munificentia Pii VI P. O. M. Anno XIV. Figurava iu cima di questo
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prezioso triregno il suddescritto smeral- do di Gregorio XIII, il quale pervenuto per quanto dirò in mano di Napoleone I, lo fece porre nella sommità del triregno da lui donato a Pio VII; il quale trire- gno, dice Baldassari, rapilo dal generale Miotlisper rimandarlo a Napoleone I, iu ultimo fu restituito al medesimo Pio VII da Luigi XVIII re di Francia. Il 2.0 tri- regno di Paolo III, nel 1789 fu disfatto e rimodernato